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Ho creduto ... ho lottato
(segue da Infanzie di altri tempi)
… non ci avrebbe fermato nessuno!?
Così era il lavoro dei ragazzi
Una prece per Stalin
Il tempo delle scelte
Il paradiso è a Fiesole
Capitalismo selvaggio fra i mosaici bizantini
Alle radici della contestazione globale
Storia storie 2
… non ci avrebbe fermato nessuno!? (nuovo. genn. '10)
Furono quelli gli anni delle grandi scelte personali. Scelte consapevoli quanto velleitarie perché la società offriva solo casualmente (e solo dopo la caduta del fascismo e la fine dell'oligarchia) chance fuori dai binari rigidi degli schemi di classe.
Scelte suggerite dall'attualità delle lotte della classe operaia in tutti i Paesi, dalle letture dei romantici pieni di ideali; sollecitate dalle lettura delle condizioni dei ragazzi nei romanzi di Zola o nel David Copperfield di Dickens; e anche da alcuni profeti precorritori della chiesa preconciliare. …
Ho fatto parte di una generazione che aveva la convinzione che si poteva cambiare il mondo perché quello che c'era non ci piaceva e non ci sembrava giusto (" … tu senti come insopportabile l'ingiustizia" mi dirà tanti anni dopo Don Oreste Benzi tanti anni dopo nel colloquio per l'ingresso nella sua Comunità )
Abbiamo lottato in questa convinzione, (può lottare solo chi ha una fede negativa o positiva … chi l'ha detto?) ognuno nel suo piccolo o nel suo grande, contro i benpensanti di sempre … e il mondo è cambiato! 50 anni dopo era irriconoscibile.
Visto a posteriori, quel periodo sembra incredibile. Abbiamo lottato con la convinzione che i diritti dei lavoratori, la certezza del lavoro, la prospettiva di progresso, la pace nel mondo, la lotta alle malattie, la previdenza sociale, il diritto allo studio, ecc. sarebbero state certezze irreversibili e che le nuove generazioni avrebbero avuto altri orizzonti per cui impegnarsi e per far progredire l'umanità.
Poi è arrivato il momento di lasciare. In vista del nuovo millennio, nella prefazione al mio libro "Il Diritto sindacale e del lavoro" mi rivolgevo alle nuove generazioni e sostenevo che "…. le condizioni di tutela ed il sistema di garanzie di cui possiamo usufruire oggi , hanno le radici in questa storia politica e nella faticosa e graduale costruzione di questa tutela giuridica. I progressi di un popolo non sono mai così consolidati da non rischiare di svanire con molta facilità quando l'impegno ed i sacrifici per conquistarli non vengono trasmessi nel patrimonio culturale e nella coscienza profonda delle nuove generazioni."
Ma non immaginavo, e non avrei voluto, vedere quanto ero stato facile profeta. Non credo dipenda dal rammarico classico di chi si avvicina alla vecchiaia, ma veramente mi sembra che si stia perdendo in poco tempo quello che si era conquistato in più di un secolo di lotte: la sicurezza sul lavoro, la certezza del diritto nei rapporti di lavoro, l'occupazione assicurata, la stessa sconfitta delle principali malattie e il completamento di un quadro ottimale di previdenza sociale che sembravano raggiunti.
Tutto in frantumi compresi i grandi obiettivi dell'integrazione sociale (questione femminile, questione razziale e della diversità) e della pace dopo la grande mobilitazione per il Viet Nam, il processo pur difficile del disarmo, la giustizia internazionale, la fine del colonialismo. Qualche segno di instabilità per la stessa idea granitica di un processo irreversibile verso la democrazia!
"Vorrà dire (come sostengo da un'altra parte del sito) che anche le future generazioni dovranno fare le loro lotte e convincersi che una conquista non è per sempre si non si lotta per difenderla: chi rema contro è sempre in agguato.)
Ma torniamo dov'eravamo rimasti: lavoro minorile e sogni adolescenziali ...
Così era il lavoro dei ragazzi
In fabbrica, a bottega come si diceva, una falegnameria, c'era sempre un nugolo di ragazzi assunti senza formalità, in genere accompagnati una mattina dal padre o dalla madre appena finite le elementari (ai miei tempi alcuni anche prima di finire la scuola dell'obbligo).
Non c'erano ispettori del lavoro o regole.
L'orario estivo era più lungo di quello invernale (retaggio dell'orario alba - tramonto vigente pochi decenni prima contro il quale si erano battuti gli operai agli albori dell'era industriale).
Le prime regole sindacali arrivarono solo alcuni anni dopo e certamente non si curavano dei bambini (fino al 57 esisteva un sindacato riconosciuto dalla legge che gestiva anche gli uffici del lavoro). Vigeva l'inevitabile prepotenza dei più grandi che infierivano sui più piccoli come avevano a loro volta subito a suo tempo: scherzi di nonnismo (obbligatorio e rituale fare "papa" ogni tanto i più piccoli - venivano denudati i genitali sui quali a turno tutti quanti sputavano, davano una pennellata di colla e andava bene se non c'era il catrame a portata di mano) e scherzi anche più atroci.
Certamente oggi sembra una situazione atroce in cui non c'era tanta attenzione ai problemi psicologici dell'infanzia, una situazione da cui qualcuno certamente usciva condizionato, ma in genere usciva cresciuto, io molto ribelle a quello stato di cose sono uscito con tanta rabbia in corpo, con la voglia di capire e di fare qualcosa. Infatti proprio a seguito di quella che io avevo considerato una prepotenza da un "grande" ho speso tutti gli spiccioli che avevo in tasca per comprare il giornale come gesto simbolico. Pochi anni dopo ritroverò rinnoverò quello spirito di ribellione leggendo delle condizioni dei bambini ai tempi di Dikens e Zola.
Uno dei "padroni" che ho avuto (un bassotto panciuto che mi ricordava alcuni personaggi ottocenteschi delle mie letture) usava potare con se alcuni ragazzi quando andava in giro per i cantieri dove c'erano i suoi falegnami. Naturalmente ci teneva a una certa distanza perché forse poco presentabili, poi ci faceva raccogliere nei cantieri tavole di legno e attrezzature, ovviamente non sue, ci imponeva di tardare il rientro e se ne andava. Se venivamo beccati eravamo dei ragazzacci impuniti. Aveva riempito magazzini interi di roba.
Una delle mansioni più aborrite era portare con un carretto a mano le bare nella camera mortuaria distante non più di qualche centinaio di metri. Non c'erano le pompe funebri e la sistemazione nella cassa competeva al "cassiere" (come si diceva scherzosamente) e all'addetto ospedaliero. Non ho ricordi precisi perché a me non è capitato, ma ho chiaro che almeno uno dei miei amici hanno dovuto soccorrerlo perché svenuto alla vista di una costrizione dentro una bara troppo piccola di un cadaverino… (un'occhiata era bastata al padrone per far uscire i familiari e procedere a questa operazione aiutandosi anche con le ginocchia. Il mio amico non ha resistito ed è svenuto).
La moglie, alta, allampanata, severa (un altro personaggio da letteratura ottocentesca), teneva la contabilità e non era da meno del marito. Qualche ragazzo veniva chiamato a fare qualche faccenda in casa ma non era una cosa gradita. Quando dopo due anni ho preso il coraggio a due mani e sono andato "di sopra" a chiedere qualche lira di aumento dalle 30 lire al giorno (1) percepite, mi ha risposto gelidamente che era troppo presto …
Poi, però, col passare degli anni le condizioni sono cambiate oggettivamente e soggettivamente: ho cambiato bottega, a 15 - 16 anni avevo acquisito una mansione autonoma. facevo "l'impiallacciatore" con la colla a caldo e poi con una grossa macchina, una pressa. Un lavoro molto creativo, si trattava di combinare i disegni sempre bellissimi della pellicola di legno, a volte anche particolarmente pregiato.
Continuavo a leggere molto ed in ogni momento libero, ero un po' marginale ai compagni di lavoro che però mi sembra mi considerassero punto di riferimento per chiedere pareri e chiarimenti, per compilare un modulo, poi per i problemi sindacali.
(1) circa 900 lire rivalutate ad oggi, (0,46 €)
Giusto per restare fedele ai fini di questo racconto: lettura della storia come l'hanno vissuta le persone dal basso, voglio raccontare come ho vissuto io e hanno vissuto altri lavoratori il 5 marzo 1953.
Cos'è successo quel giorno? Non lo ricordate, ve lo dico io: è morto Stalin! Era ora, penserà qualcuno, ma a quei tempi non era così semplice e così scontato che fosse una fortuna. Sulla base delle informazioni in possesso, per qualcuno, masse enormi nel mondo, Stalin era il grande padre che fronteggiava le grandi potenze capitaliste, guerrafondaie che sfruttavano quelle masse operaie e che un giorno avrebbe trionfato (ha da venì baffone!) sugli sfruttatori per un'alba nuova, una nuova umanità, un mondo di pace, in cui "non più servi, non più signor, fratelli tutti esser vogliamo nella famiglia del lavor." (dall'inno L'internazionale).
Una fede! e come tutte le fedi non si discuteva. D'altra parte la realtà era molto concreta, lo sfruttamento molto vero, i ricchi anticomunisti chiaramente sfruttatori. In realtà "la Russia" interessava relativamente mentre interessava certamente una condizione migliorata … Voglio dire che certamente il mito di Stalin non era più irrazionale di altri miti o di altri oggetti di devozione fossero pure santi.
Sta di fatto che quel giorno è arrivata la notizia sul lavoro di questa morte e il Governo (a San Marino c'era un governo di sinistra) dichiarò giornata di lutto totale con chiusura dei posti di lavoro.
Molti degli operai erano veramente addolorati e anche preoccupati che i paesi capitalisti cogliessero l'occasione per scatenare una guerra atomica (la guerra fredda era già scatenata da alcuni anni e non era certo che l'Urss fosse pronta per far funzionare l'equilibrio del terrore).
Quel giorno ho ripreso la mia borsina con la colazione e sono tornato a casa come sempre a piedi. Il primo tratto del percorso seguiva la ripida discesa della porta della rupe. Su quel tragitto ci sono e c'erano molti angoli in cui fermarsi a riposare (per chi fa la salita) o a riflettere (dopo quasi 60, nel 2007, in occasione della Presidenza Sammarinese del Consiglio dei Ministri del Consiglio d'Europa, in uno di questi angoli hanno attrezzato un luogo di preghiera, una cappellina,
… multi religiosa - una bella iniziativa).
Mi sono fermato a pensare alla "catastrofe per l'umanità" data dalla morte di Stalin … e ho elevato una preghiera per la sua anima. probabilmente l'unica di tutto l'universo.
Quello che vivevo io era certamente il vissuto di un ragazzo. Certamente non ero comunista ma certamente gli anticomunisti non erano maggiormente credibili, troppo interessati a difendere i privilegi di una società classista che faceva schifo.
Con gli anni la grande menzogna è stata smascherata, e per fortuna, ma per una coscienza libera, o almeno per me, questo non ha mai voluto dire che gli anticomunisti strumentali avessero ragione: infatti, è stato forse meno feroce e non ha forse provocato più morti e più sofferenze il capitalismo con le guerre che ha scatenato per interessi economici, con le stragi provocate dai prodotti chimici e nocivi sui posti di lavoro compresi gli aborti provocati e le invalidità, con la distruzione delle famiglie sfasciate dall'emigrazione causata da una dislocazione degli investimenti refrattaria alle esigenze umane e locali, con le persecuzioni e incarcerazioni, le carestie, le repressioni violente, l'installazione di dittature sanguinarie e di governi fantoccio …
Conoscendo quanto sono beceri e in malafede i più fanatici anticomunisti, se qualcuno mai leggerà queste righe, sono certo che strillerà: "questo difende e sostiene lo stalinismo …"
Non mi spaventa perché non è vero, ma ormai sono convinto che, con chi è in malafede non serve fare concessioni o nascondere il pensiero che può provocare la reazione. Chi è in malafede ti considera comunque nemico anche se gli dai ragione.
Ritornerò sull'argomento di cui questo piccolo aneddoto affronta solo un dettaglio. Anche dall'angolatura del rapporto con la religione: ci sono troppe falsificazioni propagandistiche che analisi obiettive …
Qui volevo confermare all'umanità che anche per Stalin, alla sua morte, è stata elevata una prece spontanea. Chissà
Il tempo delle scelte
Moriva Stalin, e un intero mondo si sentiva orfano (anche perché non morivano le motivazioni per cui questo mondo aveva (oggi si sa, erroneamente), sperato: liberazione dallo sfruttamento, dalla guerra, dai privilegi, …. ). Moriva anche un'epoca ma i contemporanei non potevano, probabilmente, rendersene conto.
Io avevo i miei problemi a cui pensare, ma i fatti storici non mi scivolavano sulla testa. Visti a posteriori, quegli anni preparavano grandi cambiamenti, anche nei piccoli angoli del Paese e in uno di quegli angoli io c'ero e mi sembrava di avere quella consapevolezza che mancava a molti altri che frequentavo tanto che questa fase della mia storia nella storia non si racconta efficacemente con la cronaca. Ad altri sarà capitato di vivere un'esperienza, diciamo, alla Buzzati: la dimensione fantastica, ma non meno vera, della realtà che sfugge ai più per mancanza di sensibilità. Nella mia storia non tutto è andato come banalmente sarebbe dovuto andare. Secondo gli schemi sociali del tempo, era scritto che sarei stato imprigionato nel ruolo di operaio, ma, anche se lavoravo con gioia in un ambiente che ancora oggi ricordo con nostalgia, io lavoravo per dare gambe ai sogni che avevo fatto da ragazzo e che continuavo a fare: c'era un mondo ingiusto da cambiare, c'era un mondo di conoscenze da scoprire!.
A 21 anni sono partito per la scuola sindacale della CISL sulle, per me mitiche, colline Fiesolane, sopra Firenze. Vi avrei passato un anno scolastico indimenticabile.
Mi ero impegnato nelle attività sociali in Parrocchia, in politica con i giovani della DC, leggevo tutto ciò che mi capitava per saperne di più su tutto (1).
Nella cerchia dei conoscenti e nei gruppi a cui partecipavo mi veniva chiesto di diventare punto di riferimento (anche se, forse, venivo considerato un po' strano) per informazioni, consigli, confidenze e assunzione di responsabilità, ma era il sindacato che aveva la mia maggiore attenzione, suscitava le mie speranze, doveva realizzare le mie aspirazioni, probabilmente un po' romantiche e adolescenziali, per una missione sociale.
E così ho chiesto di partecipare a tutti i momenti formativi locali e zonali in collaborazione con la Cisl, certamente con impegno e interesse se poi sono stato segnalato ed ammesso al corso annuale a Firenze a rigoroso numero chiuso: un traguardo e un punto di partenza. Realizzavo il mio sogno frustrato di studiare ed ero certo che si apriva un orizzonte nuovo e vasto per i miei progetti.
Era il coronamento di un lavoro personale costante, ma anche l'utilizzazione di spazi che per la prima volta da secoli venivano aperti a chi aveva voglia di impegnarsi in quello che credeva.
Mentre i fatti d'Ungheria metteva definitivamente in crisi la mia fede semplice nel socialismo reale e la sconfitta dei francesi in Vietnam, l'insurrezione in Algeria e le parole profetiche di Giovanni XIII mi facevano sperare in un futuro senza colonialismi; mentre i "barbudos" cubani rovesciavano l'ignobile Batista a Cuba e i primi sputnik volavano nello spazio, avevo cambiato azienda.
Presso i mobilieri Moroncelli di Serravalle avevo acquisito una qualifica, ero diventato rappresentante sindacale ancora ragazzo, avevo cominciato a scrivere lettere indignate al giornale del sindacato, e vivevo con gioia il lavoro creativo dell'impiallacciatura prima a mano poi con la pressa di nuova progettazione: primordi dell'automatizzazione nella falegnameria artigianale (impiallacciatura, levigazione, lucidatura non più a spirito ma a poliestere, ecc. ).
Con la famiglia del "padrone" c'era un rapporto particolarmente integrato e familiare: quando Maria cucinava la trippa continuavo dopo l'orario a a lavorare con "Togni" poi mi fermavo a cenare con la famiglia; la sorella minore, Natalina, studentessa in lettere mi passava libri da leggere, cosa che facevo anche durante l'intervallo di mezzogiorno, nascondendomi dietro gli armadi in lavorazione; difendevo (in modo un po' bacchettone) l'educazione morale del figlio Bruno che si preparava alla Cresima da quella che mi sembrava un'educazione un po' volgare degli altri ragazzi.
Nel periodo era successo anche un'altra cosa decisiva per la mia vita: mi ero "messo", come si dice adesso - noi dicevamo fidanzati - con Angela. Eravamo ragazzi (lei non aveva ancora bene 16 anni). Ma quante speranze e quanta determinazione nel costruire un progetto forte di vita, non banale, non chiuso egoisticamente su noi stessi. Eravamo ragazzi, ma abbiamo effettivamente realizzato un progetto straordinario che ancora oggi, voltandoci indietro, sembra impossibile quello che siamo riusciti a fare!
Ma ormai i dirigenti dell'Azione Cattolica, quelli dei giovani DC e quelli del sindacato mi avevano messo gli occhi addosso, però io avevo fatto la mia scelta: lo stesso anno che Giovanni XXIII emanava la "Pacem in terris" e negli stati uniti veniva rimossa per legge la discriminazione razziale nelle scuole, partivo per la scuola sindacale sui colli fiesolani dove vivrò una delle esperienze più esaltanti della mia vita.
(1) in quel periodo, andando a lavorare a piedi, ho imparato a leggere camminando per la strada con un occhio al ciglio della banchina - gli unici rischi erano dati e sono tutt'ora da, da nuovi lavori in corso introdotti dall'ultimo passaggio.
Ricordo in particolare l'acquisto della copia n° 1 de "Il giorno" di Italo Pietra che aveva alle spalle Enrico Mattei e l'Eni che ho letto fino a quando ha tradito la sua linea originaria inizialmente dirompente nel diffuso clima conformista del giornalismo italiano, passando a Repubblica di Scalfari.
Il paradiso è a Fiesole
Esperienza esaltante perché la scuola era, com'è ancora oggi, collocata in una
stupenda villa sulle colline fiorentine, con parco e ospitalità che per me erano una favola; esaltante perché la domenica mattina, mentre gli altri studenti dormivano, partivo presto a piedi da S. Domenico di Fiesole, lungo via della Piazzola o per via della Forbice e giravo per Firenze, visitandola nei grandi monumenti e nei minimi, ma comunque straordinari, particolari; esaltante perché ritrovavo le opere di quegli artisti di cui avevo letto tutte le vite in libri dalle edizioni economiche, per le tombe dei miei miti romantici in Santa Croce, per qualche ora agli Uffizi o Palazzo Pitti (non ricordo se di domenica perchè mi sembra fossero chiusi) pur non avendo strumenti sufficienti per capire la grandezza dell'arte esposta.
Indimenticabili li le ore di riflessione nei giardini di Boboli che nei primi anni '60 erano accessibili senza particolari restrizioni e l'escursione (sempre a piedi) nel quartiere di San Frediano per ritrovare l'ambiente descritto nel romanzo di Vasco Pratolini appena letto.
Soprattutto esaltante perché lo studio della storia (non solo quella scritta dai vincitori e dai potenti), dell'economia, del diritto, con il taglio fornito dalla scuola, dava corpo, razionalizzava le intuizioni e le idee della mia passione per la gi
ustizia, non era solo accademia.
Sentivo che con questa esperienza mi sarei impossessato degli strumenti necessari per dare consistenza, credibilità ed autorevolezza al mio impegno sociale. In fondo era la battaglia che iniziava proprio in quegli anni Don Milani: i poveri e gli emarginati dovevano impadronirsi della cultura per potersi affermare e difendere.
Nemmeno la lontananza dalla morosa mi pesava. Sono tornato a casa solo a Natale (ogni spesa era problematica. Col piccolo assegno della borsa di studio riuscivo a mandare alla mamma qualcosa, fare le mie piccole spese e fare qualche risparmio), ma sentivo che lei era pienamente nel progetto e le lettere che ci siamo scambiati ci hanno aiutato a conoscerci, capirci e a far crescere la relazione più che una frequentazione più assidua.
Non ho mai pensato di essere particolarmente brillante, semmai risoluto e caparbio, ma comunque il corso si è concluso con un giudizio lusinghiero e con la proposta di fare un periodo di tirocinio a Ravenna.
Giovanni XIII stava aprendo il Concilio e veniva firmato il primo trattato di moratoria degli esperimenti nucleari; io andavo a fare una esperienza a Ravenna: orizzonti e speranze, ma poi Kennedy viene ucciso e Giovanni XXIII muore. A quali profeti saranno affidate le speranze del mondo?
Capitalismo selvaggio fra i mosaici bizantini
Ho quindi lasciato le lunghe passeggiate a Firenze fra testimonianze che esprimono una profonda capacità dell'uomo di astrarsi dai sui bisogni strettamente necessari e materiali per integrare dimensioni inesplorate di gusto, di bello, di spirituale, storico passo avanti dell' umanità, per passare al volantinaggio ai cancelli ed alle riunioni nella grande e puzzolente Anic, nell'inquinante petrolchimico di Monti, nella fumosa fabbrica di nerofumo ed altre, assemblate in immensi parallelepipedi senza finestre, con abbondanza di silos, cisterne e chilometri di tubi di acciaio luccicanti al sole, ciminiere slanciate che foravano il cielo, sempre dotate di un immancabile pennacchio di fumo o di vapore di Ravenna.
Non che Ravenna mancasse di testimonianze vive di tensioni dell'uomo verso vette alte di evoluzione spirituale ancora precedente quella fiorentina, magari con paradossale maggiore attenzione al divino che all'umano, ma ciò che mi suggestionò fu l'impatto con il processo di industrializzazione in corso in quella zona.
L'Anic in particolare rappresentava il tentativo di sfida di un imprenditore illuminato alle potenze internazionali nel campo della chimica (come l'aveva fatto nel campo petrolifero alle sette sorelle rimettendoci poi la vita). Aveva costruito una realtà in cui migliaia di uomini e donne sperimentavano ancora una volta il passaggio da una condizione di lavoratori integrati in minuscole attività agricole e artigianali, ad una realtà di lavoro alienante di grande industria, ognuno portando con se celati bagagli ideologici se andava bene o ancor più pericolosi vuoti ideologici se andava male.
Un'alienazione che iniziava fin dal momento in cui per entrare dovevano chiedere una raccomandazione, in genere ad un Vescovo ("per certe mansioni possiamo prendere in considerazione raccomandazioni da un Vescovo e da un Onorevole in su" - era uso dire il responsabile del personale), perpetrando un tradimento delle proprie idee se considerate non gradite a chi aveva il potere di decidere chi assumere e chi no, indipendentemente dal diritto oggettivo; un'alienazione che continuava nell'organizzazione del lavoro, nei ritmi, nelle gerarchie, nella mancanza di spazi e soprattutto nel non avere la minima idea sul significato delle attività e dei lavori svolti, nelle perquisizioni ai cancelli, nel non vedere un prodotto finito come esito del proprio lavoro.
Per alcune centinaia di loro l'alienazione si completava nella fagocitazione totale dentro "mamma Azienda" anche nel tempo libero e nella vita privata: i "fortunati" assegnatari delle case Anic e fruitori di un asilo Anic per i figli, rispondevano disciplinarmente ai capireparto anche se non pulivano adeguatamente il vialetto di casa e lasciavano l'auto fuori posto: venivano multati sulla busta paga.
Una frustrazione diffusa che doveva per forza scoppiare in azioni di ribellione, magari con pretesti diversi dai motivi diretti, spesso inconsci.
Alle radici della contestazione globale
E fu così che conobbi quelli che erano, in quel periodo, ancora solo i primi fermenti per una ribellione culturale che avrebbe trovato un punto alto nel 68 - 69.
Prendevo coscienza di giorno in giorno e crescevo, a contatto con questi fermenti culturali, quasi in modo scontato, inevitabile: stava maturando e crescendo una sfida per far fronte ad un capitalismo selvaggio, senza limiti e senza controlli, protetto dal potere.
Lasciato in quelle condizioni senza oppositori e senza la costruzione dal basso di una contestazione culturale, di principio, questo neocapitalismo avrebbe schiacciato, distrutto l'uomo molto di più di quanto avesse potuto il rozzo paleocapitalismo dei padroni delle ferriere. Questo capitalismo moderno era ben più fine, più coinvolgente, e avrebbe ridotto l'uomo a semplice appendice del sistema di profitto.
Fu in quel contesto che ebbi l'occasione di confrontarmi con un altro punto di vista, un altro taglio nella lettura della realtà.
L'azienda, nello zelo di un falso progressismo ed in attuazione di una strategia di integrazione totale dei lavoratori, aveva offerto al Vescovado di attrezzare l'intero complesso, fabbrica, casa, servizi, anche di una cappellina e di un oratorio. Un piccolo apparato religioso. C'era evidentemente la convinzione che "l'oppio dei popoli" avrebbe funzionato ancora una volta. Ma come spesso avviene, non tutte le ciambelle vengono col buco.
L'incarico di gestire questo presidio venne affidato a due gesuiti che finirono per diventare referenti teorici e filosofici del dissenso culturale, della contestazione al sistema. Nacque così, nel circolo ed attorno ai due gesuiti un nucleo di resistenza culturale ed ideologica al sistema Anic, comunque al sistema della grande industria fagocitante, che raccolse operai e intellettuali cattolici, ma anche militanti della sinistra.
Non sfuggì a questo gruppo sorto attorno ai gesuiti la mia presenza timida e riservata che nelle chiacchierate fuori dalla fabbrica, mentre distribuivo volantini e nelle assemblee esprimevo idee inconsuete di unità (1), di credente in forma però non beghina, non faziosa. Li colpiva la dimestichezza che avevo con i più vari argomenti trattati nelle discussione, frutto evidente di una preparazione fatta di molte letture e di diverso tipo. Il leader laico del gruppo si chiamava Anselmo.
In quel periodo dormivo in una cameretta allestita nel soffitto della sede del sindacato dove lavoravo, mangiavo alle mense delle Acli o dei Ferrovieri, tornavo a casa mia, in famiglia e per vedere Angela ogni due settimane e, durante la settimana, assistevo e partecipavo a tutti i fermenti ed alle manifestazioni di una città piccola, ma culturalmente viva.
Ero colpito, io un po' campagnolo, dai comportamenti bislacchi e anticonformisti dei giovani (particolarmente incomprensibile gli sembrava l'atroce moda di mettere, per scelta e non per povertà, le scarpe senza calze), ma cercavo di comprendere le motivazioni profonde e magari inconsce dei comportamenti delle nuove generazioni senza attendere l'analisi dei sociologi, peraltro assenti dalla scena nei primi anni '60 se si esclude il caparbio pioniere Ferrarotti che imperversava dalla corte di Olivetti.
Anselmo, laureato, stava passando la trentina, aveva un passato di ideologo marxista (di quelli duri che riuscivano anche a leggere il "Calendario del Popolo"(2). Veniva da una città calabra, era stato fidanzato, ma, dopo la fondazione del gruppo di animazione culturale aziendale ed il lavoro al fianco dei due gesuiti, stava pensando di farsi prete.
(1) le organizzazioni sindacali erano ferocemente divise per motivi strumentali più che ideologici (basti fare qualche ricerca oggi semplice sull'attività dell'Usis con sede presso le ambasciate Usa negli anni 50 - 60 con l'obiettivo di contrastare il comunismo in Italia con mezzi leciti o illeciti, l'era di Clare Boothe Luce, ambasciatrice degli Usa in Italiai). La Cisl rappresentava una minoranza dignitosa, ma emarginata e cavalcava, nelle regioni rosse, il pensiero minoritario anticomunista. Nei Tempi della mia esperienza a Ravenna sbocciavano i primi tentativi di lavoro unitario e di superamento degli sbarramenti più settari.
(2) Rivista di cultura fondata dal PCI nel 1945, diretta inizialmente da Giulio Trevisani - tutt'ora attiva per Teti Editore.
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Storia storie 2
(la storia di Anselmo paradigma del momento storico)
Era un tipo che attirava curiosità: rappresentava un mondo misterioso ed inconsueto, anticipava ragionamenti e versioni filosofiche che sarebbero state molto diffuse e di moda dopo alcuni anni. Rigido e dolce nello stesso tempo, rigoroso con se stesso e coraggioso nelle scelte, era però, come raramente succede, tollerante con chiunque altro. Nel suo cambiamento di vita, il momento più tragico era stata la decisione di lasciare la fidanzata. Erano tempi che, nel meridione in particolare, lasciare la fidanzata voleva dire mortificarla e disonorarla irrimediabilmente.
Dopo la fatica di spiegare a lei la sua scelta, avevano concordato che, per salvarle l'onore, lui avrebbe inscenato una commedia pubblica andando per settimane ad invocarla sotto la finestra perché non lo lasciasse, minacciando che, altrimenti, si sarebbe fatto prete.
Ma la sua azione più emblematica e dirompente era stata quella di essere andato in conflitto con la Direzione che gli aveva affidato importanti responsabilità e si sentiva tradita dall'attuale attività politica e di sensibilizzazione ideologica del centro culturale che minava dall'interno i progetti e le politiche aziendali facendo crescere i gruppi di dissenso più radicale. Era arrivato un ordine "da molto in alto", probabilmente dai vertici - vertici, di licenziarlo.
Non esistevano a quei tempi accordi o leggi a tutela del lavoratore contro il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (ma ormai ci risiamo): imperava la norma del Codice Civile che prevedeva la possibilità del licenziamento "ad nutum", a discrezione del padrone.
Era stato quindi licenziato in tronco e la Direzione si rifiutava di dare le motivazioni. Era disponibile, solo per evitare una causa che comunque Anselmo avrebbe tentato e solo per evitare la relativa pubblicità negativa, ad indennizzare, a tacitare, con una cifra anche tre volte superiore al dovuto, ogni resistenza al licenziamento.
Pochi anni dopo, anche per il clamore suscitato negli ambienti specialistici dalla sua vertenza giuridica, il sindacato avrebbe messo mano, attraverso accordi interconfederali, a norme sulla giusta causa nei licenziamenti individuali e collettivi, norme che sarebbero poi entrate a far parte dello Statuto dei lavoratori nel maggio del '70.
Paradossalmente Anselmo era disponibile a rinunciare ai soldi purchè la Direzione motivasse pubblicamente il suo gesto. Questo rifiuto dei soldi per una questione di principio da parte di uno che era oggettivamente povero, aveva del paradossale per la logica corrente, ed anche per me.
Infatti Anselmo, dopo il licenziamento, viveva sostanzialmente di collette. Di lui era noto, fra gli amici, che, quando andava a ristorante, per secondo chiedeva il fegato nella speranza che il cameriere rispondesse che non c'era o per, eventualmente, se gli andava male, spendere poco.
Era evidente che, comunque, alla fine, anche in via giudiziaria non sarebbe riuscito ad avere ragione del colosso industriale. D'altra parte i soldi li avevano messi a sua disposizione presso una banca, e visto che lui non voleva toccarli perché prezzo della ingiustizia; propose a me di utilizzarli per la realizzazione di un progetto affascinante ...
"Il gruppo di iniziativa culturale presso il circolo aziendale è comunque finito, vedrai che, d'accordo con il Vescovo, sarà affidato ad un cappellano conformista ed allineato e diventerà una cosa morta. Noi abbiamo a disposizione questo rudere diroccato e non ancora recuperato dal bombardamento dell'ultima guerra.
Abbiamo intenzione di trasferirci qui, di lavorare per il suo restauro e fondarci un Centro di ricerca sulla condizione operaia. Tu potresti lasciare il sindacato, studiare presso l'Università di questa città utilizzando la mia liquidazione come borsa di studio e col tempo gestire il Centro ...
Dovrebbe diventare un Centro di ricerca, di riferimento per chiunque voglia saperne di più di quanto forniscano le versioni ufficiali, sulla storia, sulle condizioni e sulla cultura operaia: si tratta di uno dei fronti più caldi. Un fronte in cui la pace, l'unità degli uomini e la giustizia vengono messe, in questo momento e da quasi un secolo, maggiormente in discussione.
Una vergognosa strumentalizzazione ideologica sta distruggendo un immenso, stupendo, quasi sacro patrimonio culturale nato e cresciuto storicamente fra i lavoratori in tutto questo tempo. Bisogna investire impegno e risorse in questa direzione per salvare questo patrimonio, per non negarlo alle nuove generazioni, per non deprivarle, come si tenta di fare, di un loro preciso diritto."
Stavamo chiacchierando e passeggiando fra i vicoli della città vecchia di Urbino, ancora segnata dal passaggio della guerra e dai bombardamenti; ma pur sempre radiosa e maestosa nei tratti sopravvissuti della sua architettura rinascimentale.
Chiacchierando e passeggiando nell'assolata domenica primaverile eravamo giunti a ridosso del carcere minorile, sul terrapieno da cui si poteva osservare il cortile. Anselmo doveva avere già qualche conoscenza fra i reclusi, perché scambiò saluti con qualche ragazzo addossato al muro in cerca di ombra all'interno del recinto di alta rete metallica.
Mi aveva chiesto di portare dei pacchi di sigarette che poi lanciò oltre l'alta rete ai ragazzi che se ne impadronirono dividendosi senza clamore il contenuto (oggi certamente non sarebbe stato possibile). Parlò a lungo, continuando la passeggiata, del sistema carcerario e dell'ingiustizia della "giustizia di classe" soprattutto verso i minorenni, colpevoli in genere solo di essere poveri, figli di poveri. Ragionamenti e riflessioni che in me provocavano sorpresa, si scontravano con radicati preconcetti colturali, ma aprivano anche orizzonti nuovi di riflessione e di idea sulla vita, che in futuro sarebbero diventate utili per scelte forti di impegno sociale.
Comunque pensai a lungo alla proposta di lasciare il sindacato, di iniziare un'avventura senza certezze e soprattutto di assumersi una responsabilità che mi sembrava superiore alle mie forze.
Forse non aveva ancora una visione sufficientemente aperta della realtà prospettata da Anselmo e gli approcci circa stadi di conoscenza più evoluti erano troppo timidi e non completamente esplicitati. In ogni caso non trovai motivi sufficienti per cambiare i precedenti progetti di vita (forse anche perché non ero certo che pian piano mi avrebbero chiesto di rinunciare al mio progetto di vita con Angela).
Ne discussi con la fidanzata ed alla fine rinunciai. Non lo feci con leggerezza: la proposta era affascinante: erano tempi propizi a scelte radicali ed innovative, ma sulla scelta del sindacato avevo investito molto e mi sembrava intempestivo cambiare prospettiva.
Negli anni successivi, soprattutto in occasione dei viaggi ad Urbino per gli gli studi universitari, pensai spesso a cosa sarebbe stata la sua vita qualora avessi accettato l'offerta. Resta uno dei dubbi irrisolti della mia vita.
Seguii le vicende di Anselmo fino al momento che si consacrò Sacerdote e partì per il Brasile chiedendomi un concorso nelle spese di viaggio. Nel frattempo mi si ero sposato. Ebbi vaghe notizie del suo rientro in Italia molti anni dopo, ma i tentativi di cercarlo e di contattarlo furono vani. L'ordine religioso per il quale era stato in Brasile e che lo ospitava in Italia lo aveva avvolto in un bozzolo di protezione insuperabile: o l'aveva fatta grossa o erano preoccupati per lui. Cosa aveva combinato in Brasile?.
Solo in questi anni, grazie allo straordinario strumento di internet, l'ho "scovato" e sono andato, con Angela, a trovarlo presso il suo ordine dove viveva una vecchiaia ancora attiva e artisticamente creativa (infatti aveva sviluppato la passione per la pittura che già conoscevo ed era diventato abbastanza affermato e apprezzato nell'ambiente). Abbiamo parlato a lungo e mi ha dato le informazione che mancavano alla chiusura di questa storia: in Brasile naturalmente aveva avviato un lavoro di coscientizzazione con tutta la prudenza possibile ma l'aveva tradito la passione per la pittura: aveva osato raffigurare ed esporre una manifestazione del primo maggio. Per la dittatura era segnato ma il Vescovo era riuscito a nasconderlo, caricarlo su di un aereo e rimpatriarlo.
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Ravenna per me fu anche un incontro con la storia del movimento operaio del vecchio mondo: braccianti agricoli irriducibili, specialmente donne combattenti che alimentavano le leggende di scontri vincenti con i "celerini" nelle piazze, nell'occupazione dei campi, sugli argini dei canali. … Ma anche di sopravvissuti allo sfruttamento del lavoro minorile e a domicilio con i veleni dei collanti (calzaturifici di Fusignano ecc) che produceva invalidi cronici: un'Italia che si affermava sui mercati internazionali e si arricchiva anche in questo. E ora giudichiamo incivili i cinesi che percorrono le stesse strade.
Erano sulla via del tramonto numerosi zuccherifici che si avviavano ad una trasformazione del sistema produttivo per finire in un monopolio il cui marchio è noto tutt'oggi. Gli zuccherifici tradizionali avevano rappresentato il lavoro stagionale per tutti gli studenti figli di operai che prendevano coscienza della necessità di una nuova lotta di classe facendo crescere una nuova sinistra a sinistra del PC.
Il sindacato di San Marino, la CDLS mi rivoleva in territorio, mentre la CISL aveva altri progetti che mi interessavano di più sia a Ravenna che in altre regioni. Inoltre io stavo maturando il progetto dei progetti assieme ad Angela. Entro il '63 volevamo sposarci e l'avremmo fatto sia che fossi rientrato a San Marino, sia che fossi rimasto a Ravenna.
Con Angela ci vedevamo un fine settimana ogni 15 giorni. I soldi erano pochi e ricordo che quando si avvicinava il momento di questo rientro nascondevo 500 lire (circa 5 € attuali) in un angolo del portafogli e il resto lo facevo bastare per i giorni restanti: con 500 lire mi sarei comunque pagato il treno e l'autobus fino a San Marino.
Il braccio di ferro del sindacato di San Marino e della Cisl si concluse con la vittoria di San Marino per cui alla fine del '62 sono rientrato a San Marino per occuparmi del settore industria del sindacato, cosa che facilitava anche il progetto di matrimonio, ma mi troncava prospettive di esperienza ulteriore nella CISL.
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