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I primi ricordi
1939 cerniera della storia
La notte delle streghe del '39
Infanzia e guerra
"Passionacce" e tendenze precoci
l'infanzia era così
Le battaglie politiche dei grandi
Così era la scuola
Uno sciopero alle elementari
Percorsi contorti
Le serate irripetibili: la sgranatura del granoturco ..
… e le veglie invernali nella stalla
Come si viveva
Rapporti educativi di un tempo
Il lavoro precoce, minorile

I primi ricordi

Non so altri, ma io non mi sono mai sforzato molto nel tentativo di recuperare la memoria dei primi, più antichi, ricordi della mia vita anche se, probabilmente i ricordi di quegli anni sono stati decisivi per quello che sono diventato. Quel pezzo di vita, l'ho certamente tutto dentro.
I ricordi consci che ho, poi, non è detto che si riferiscano ai fatti o alle esperienze più significative ed importanti, comunque più condizionanti od influenti sulla mia vita successiva. Inoltre chissà che i destini di noi tutti non siano influenzati da fattori e forze non totalmente controllate dal soggetto. Un credente, per esempio, può avere la convinzione certa o vaga, che il suo creatore abbia sempre il miglior Progetto possibile su di lui e che all'uomo non resti che tentare di realizzarlo ...
(mi sa che cominciamo male ... speriamo che non vi stanchiate subito e non vi fermiate qui ... andiamo avanti).
A parte l'aspetto prodigioso di ogni nascita, dai racconti dei genitori e dagli standard noti, una natalità, nei costumi e nella cultura diffusa, era una cosa molto banale e poco considerata e spesso una preoccupazione in più. C'era ancora un residuale uso di esporre alla finestra i neonati nella convinzione che a resistere al freddo d'inverno o al caldo d'estate sarebbero stati i più forti (o forse era un sistema di decimazione). La morte di un bambino, di un "angelo", non era un dramma capace di interrompere il lavoro dei campi o il pranzo frugale della famiglia. Altro che società più cristiana di oggi o cristianamente integrata come affermano nostalgicamente alcuni, e di maggiore rispetto per la vita!(1) Mi sono pervenute alle orecchie anche orribili storie di mammane (ostetriche) che praticavano l'uccisione di neonati troppo scomodi per numero di figli o per povertà della famiglia. Risolvevano il problema con una stretta al petto prolungata del neonato e poi verbalizzavano la morte neonatale (non ho trovato riscontro documentale, ma la cosa meriterebbe approfondimenti).
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(1) "… ancora all'inizio del XIX secolo un quarto dei nati era destinato a soccombere nel primo anno di vita e non più della metà raggiungeva l'età della pubertà…"
A. Pinelli, La sopravvivenza infantile, in E. Sonnino (a c. di), Demografia e società in Italia, Editori riuniti, Roma 1989.


1939 cerniera della storia

Del 1939 le cronache e la storia registrano in particolare alcune date dei mesi di maggio e di settembre come decisive per il verificarsi delle condizioni perchè l'Europa ed il mondo si infilassero nel vicolo cieco che avrebbe portato irreversibilmente alla tragica seconda guerra mondiale. Le condizioni per la sua precipitazione nel baratro erano state gettate da anni e ormai gli atti ufficiali, il precipitare degli eventi, quelli registrati dagli storici, erano solo ovvi quanto fatali.
Mi piacerebbe inserire qui qualcosa di arcano e di fantasioso (ma chissà…? Sono maniacalmente realista e razionale, ma non nego di essere sensibile ad una dimensione misteriosa, magica e ancora da scoprire della realtà. La lettura della realtà fatta da Dino Buzzati è forse meno vera della cronaca fredda di un avvenimento?) (1).
Uno dei luoghi più noti e famosi dell'arcano europeo è certamente la valle dell'Arve e tutta l'area del monte più alto d'Europa, chiamato con il nome benaugurante di Mont Blanc da san Francesco di Sales, vescovo nel XVII secolo, adottato poi dai cartografi dei settecento. Ebbene La leggenda vuole che tra le nevi perenni del gruppo montuoso continuino ad essere confinate le forze del male, sconfitte da santi famosi o semplici curati e che altri geni malvagi, racchiusi dall'incantesimo di un mago nella possente torre del Dente del Gigante (che la tradizione identifica con Gargantua), disperatamente, ma invano, cerchino di forzarne l'uscita. In quell'area continuano da tempo immemorabile fino ad oggi a riunirsi coloro che hanno un'idea vaga o certa che la realtà abbia dimensioni non a tutti percettibili e che l'andamento della storia sia influenzabile dalla volontà di gruppi associati ... Nel '39 certamente si riunirono doversi di questi gruppi e uomini di tutte le fedi e ispirazioni per esorcizzare e impedire che le forze del male ivi imprigionate si liberassero e, visto che era troppo tardi, per propiziare un esito il meno negativo possibile agli eventi e la nascita di una generazione di uomini più dediti alla pace e al bene che alla guerra e alla malvagità.

Non ho trovato documentazione certa, ma amo pensare che questo sia avvenuto particolarmente nella notte delle streghe, data anch'essa nota come decisiva e più aperta all'influenza esoterica, cioè il 24 giugno.
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(1) Stesso clima di magia ho trovato in Gabriel García Márquez, in Maugham, almeno ne Il filo del rasoio, in Sinclair (Upton - non Levis, quello di Babbit ) di cui ho letto solo Larga è la porta, in Kerouac ...



La notte delle streghe del '39

In quella notte, fra gli altri, in una casupola di pietre sconnesse, ai piedi di uno sperone di roccia che per uno scherzo della storia (ma esistono veramente gli scherzi della storia oppure anche il più piccolo episodio fa parte di disegni comunque organici visti nei tempi lunghi?) è riconosciuto come Stato indipendente, in quel di Domagnano di San Marino, nascevo.
L'ostetrica (chiamata ancora "mammana") era stata strappata dal sonno, aveva raggiunto la casupola un po' a piedi (per i tratti più erti) ed un po' seduta di sghimbescio sul "cannone" della bicicletta del padre del nascituro.
Dopo l'assistenza al parto durata il tempo strettamente necessario aveva chiesto, per compenso, le uniche 5 lire (2) disponibili in casa. Il padre Luigi, non particolarmente gioioso di questa terza bocca da sfamare, le diede solo 3 lire, perché due dovevano servire per comprare un po' di carne per la puerpera, "l'impaieda".
Stando alle origini ed alle predestinazioni imposte dalle regole sociali, il futuro del neonato poteva prevedere al massimo l'emigrazione, una vita grama, povera ed emarginata, ma, chissà, poteva anche non essere così ….
Nubi terribili si addensavano sull'Europa, ma io, in quel momento, non me ne rendevo evidentemente conto ed ero totalmente impegnato a superare il trauma dell'abbandono del comodo utero materno ed a tentare di affrontare in qualche modo la durezza del vivere.
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(2) corrispondenti a circa 4 € attuali rivalutati


Infanzia e guerra

Quando una mattina di quattro anni dopo tutta la famiglia (nel frattempo era nato un altro fratello e non sarebbe stato l'ultimo) fu svegliata dal bussare perentorio alla finestra del primo piano della casupola, alla finestra cioè dell'unica camera dove dormivamo tutti insieme, posta sopra la stalla, impattai per la prima volta, concretamente, in quella guerra che aveva la mia stessa età e di cui avevo sentito parlare da quando avevp aperto gli orecchi alla vita che mi circondava.

Si trattava di un soldato tedesco gigantesco che seduto sulla groppa di un cavallo altrettanto gigantesco (così almeno era sembrato a me - o era la casa che era piccola?) che raggiungeva il livello della finestra del primo piano e che ci avvisava, in un italiano appena comprensibile, di andarcene perché la zona era occupata dell'esercito che stava attestandosi su di una linea difensiva contro gli alleati che incalzavano da sud.
Avevo sentito gli adulti scambiarsi le notizie ascoltate alla radio in osteria o lette sui giornali. Mi intrufolavo nel crocchio degli adulti ed ascoltava attentamente. Nelle ultime settimane avevo vegliato la sera all'aperto e mentre gli altri ragazzi giocavano io guardavo assieme agli adulti il lontano piccolo porto della vicina città marittima mitragliato dagli aerei con le pallottole traccianti.
Avevo fatto nei giorni precedenti l'arrivo delle truppe tedesche, con gli altri bambini più gradicelli, la sentinella sulla strada per avvisare dell'arrivo di pattuglie alla ricerca di adulti che, si diceva, venissero "rastrellati" per portarli nei campi di concentramento. Al primo allarme gli uomini venivano nascosti nei pagliai e le donne li ricoprivano di paglia con la forca. Per i bambini era un gioco bellissimo ed ogni gesto veniva ripetuto per imitazione e gioco senza coscienza della tragicità del significato. Ha ragione Benigni: veramente per i bambini la vita può essere bella anche in situazioni tragiche! (3)
Una di quelle sere di veglia di fronte a casa mio padre aveva lottato con altri e si era scottato le mani per impossessarsi del paracadute di un bengala che scendeva leggero tra i cespugli vicino a casa. La mamma ne aveva ricavato resistenti camicie per tutti i ragazzi.
Ma quella mattina era arrivato l'esercito e bisognava "sfollare". Ci trasferimmo e ci ammucchiammo con altre famiglie nella grotta predisposta dagli uomini proprio allo scopo di difendersi dai bombardamenti ed in quella promiscuità di diverse famiglie doveva passare, senza particolari traumi, diverse settimane. (4)
Del trasferimento mi rimase sempre chiaro il ricordo della mamma con un cestone di pane perfettamente in equilibrio sulla testa (le donne erano riuscite a fare il pane prima di partire) che camminava dando la mano ad uno dei figli, il padre con il più piccolo a cavalcioni sulle spalle e dietro un codazzo di bambini silenziosi perché assonnati ed intimoriti ed una invisibile quanto forte scia di profumo di pane fresco.
Nel ritorno a casa, alcuni mesi dopo, i soldati che incontrai erano altri, con altre divise; erano meno temuti dagli uomini, erano sorridenti e regalavano ai bambini delle cose strane, dolci come caramelle, ma che si masticavano soltanto senza mangiarle. Con gli altri ragazzi bazzicavo attorno alle tende ed ai giganteschi camion per raccogliere le cicche delle sigarette. I grandi le avrebbero sbriciolate, ne avrebbero tratto il tabacco per farne sigarette nuove con apposite cartine sottilissime, quando era possibile, o anche con altra carta (a lungo furono apprezzate le pagine di una Bibbia di carta - riso rimediata non si sa come).
Ma a me sembrava di vivere tutte queste cose con una coscienza diversa dagli altri coetanei. Venivo spesso sorpreso ad osservare cose ed a riflettere su avvenimenti con una proprietà tale di argomentazioni che lasciavo stupito chi mi stava vicino. Ero a rischio di emarginazione , ma di una emarginazione rispettata e forse un po' temuta, avvolta in una sorta di mistero.
Alla fine, alla scuola elementare l'insegnante proponeva insistentemente che proseguissi gli studi, ma non era possibile. A 11 anni era necessario andare a lavorare per guadagnare qualcosa. Il padre guadagnava 600 lire al giorno (5) e doveva mantenere una famiglia di 9 persone. Per me fu la morte di un sogno, ma non della speranza (e si vedra' che il mio desiderio di studiare lo realizzerò pienamente pur in età adulta fino al diploma, alla laurea in giurisprudenza, il triennio di giornalismo, il triennio di teologia...- non ho mai smesso di studiare). Continuai a divorare libri acquistati con ogni possibile risparmio, chiesti in prestito, sottratti di nascosto al fratello maggiore aiutato negli studi dallo Stato perché invalido a causa di un residuato bellico.
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(3) ideatore, regista e protagonista del film "La vita è bella"
(4) Per i ragazzi era anche divertente. Il maggiore disagio era dato da una enormità di pidocchi sconfitti dagli alleati inglesi con abbondanti dosi di DDT
(5) circa 10 € attuali rivalutati



Passionacce e tendenze precoci

Passione per la lettura che si protrasse anche nel periodo di lavoro. Cominciato a 11 anni. Ogni minuto che i coetanei ed i più grandi dedicavano al tempo libero, io lo dedicavo alla lettura: ero cordialmente "il matto" ma anche punto di riferimento per problematiche di ogni tipo dei compagni di lavoro fino a diventare delegato sindacale ed essere chiamato alla scuola di formazione a Fiesole di Firenze, all'attività sindacale a tempo pieno (riprenderò il discorso).

Tanti amici, ma anche persone appena conoscenti facevano riferimento fiducioso a me, mi chiedevano aiuto, collaborazione, sostegno e consiglio sulle cose più svariate, dalla compilazione di un modulo alla comprensione di un testo; dallo scrivere una lettera alla denuncia di un torto. Una zia mi faceva ascoltare la radio poi si faceva spiegare cosa avevano detto. Avevo anche molti amici fidati, ma nessuno poteva conoscere l'ansia e la tensione che covavano in me. La sensazione di attesa di qualcosa di cui non avevo idea, se non che si doveva trattare di qualcosa di grande.
Mi ritiravo a volte in un angolo nascosto dei calanchi di argilla calcinata, spogli di vegetazione, a riflettere ed a pensare. Per questo venivo considerato un riflessivo, un pensatore, un poeta (in verità scrivevo poesie fin da bambino, poesie che tenevo nascoste a tutti) e anche un po' bislacco.

l'infanzia era così

I ricordi di degli anni dell'infanzia probabilmente sono decisivi per quello che ognuno diventa, il ricordo e le esperienze più significative di un pezzo di vita che resta certamente tutto dentro, condiziona ed influenza la vita futura di ognuno, come dicevo in apertura.
Rivisitata oggi quell'infanzia può sembrare paradossale, ma a quel tempo quello che oggi può essere straordinario, era ordinario e normale anche se la guerra aveva sconvolto in parte usi e comportamenti per certi aspetti secolari.
Le grandi avventure si vivevano quando si andava dai nonni e dagli zii paterni e materni. Lunghe camminate a piedi fino a Ca'Giannino o Ca'Vagnetto. Il Viaggio doveva essere abbastanza tragico per la mamma perché urlava spesso e per tenerci a bada strappava un ramo da una siepe e la usava sulle nostre gambe (se ci riusciva). Doveva essere un'impresa ardua perché io di quei viaggi ricordo soprattutto che si sgusciava via da tutte le parti: si faceva gara per cercare erbe e getti e bacche commestibili, si ispezionavano le chiaviche che attraversavano la strada per contare di quanti tubi erano fatte. Epiche erano le visite ai parenti che stavano più lontano che si raggiungevano rigorosamente a piedi fino a Montelicciano.
Non mi piacevano molto i parenti. I cugini facevano i dispetti, gli zii e i nonni erano indifferenti e semmai sgridavano.
La zia un po' più benestante perché aveva sposato un artigiano mi dava degli indumenti dismessi da altri e io, benché più stracciato, non li volevo perché poi lo faceva notare in pubblico.
Altri viaggi si facevano per portare il pasto a mezzogiorno sul cantiere dove lavorava il babbo se in un raggio accessibile …
Ma la prima infanzia è stata tutta inquadrata nella guerra e nel dopoguerra. Fino ai 6-7 anni era normale giocare con dei residuati bellici, sentire che un vicino di casa era saltato su di una mina dopo anni dal passaggio del "fronte" (guerra) ...

(continua)


Le battaglie politiche dei grandi
Anche il fatto che il Paese fosse appena uscito dal fascismo e la rivoluzione politica conseguente hanno caratterizzato la formazione sociale della mia infanzia. I grandi si riunivano la sera per organizzarsi politicamente…Sentivo i discorsi di riscatto dei contadini dalla servitù dei padroni della terra, la formazione delle nuove disposizioni della divisione dei prodotti della terra, il divieto delle regalie al padrone
(6)
Tra le trasformazioni epocali di cui la mia generazione è stata testimone è stata anche la trasformazione dei rapporti dei lavoratori della terra a mezzadria, di poco diversa per secoli da quella dei servi della gleba di medioevale memoria.
Il padrone era il padrone e comandava anche sulla vita privata dei suoi contadini: I contadini faticavano l'intero anno poi la spartizione dei prodotti era iniqua, in caso di carestia o di sfortuna il contadino si indebitava, la posizione di potere e di ricatto permetteva al padrone di approfittare delle spose e delle ragazze, durante il fascismo se un contadino protestava veniva tacciato di bolscevico e punito come sapevano fare gli squadristi … …
L'umiliazione era continua, gli stessi figli erano condizionati nelle scelte di vita e per molti era naturale questa condizione. I preti sostenevano che chiedere di cambiare era contro la religione, che chi parlava di uguaglianza ingannava la gente
(7), gli stessi contadini legati alla tradizione portavano le regalie al padrone per natale platealmente e provocatoriamente nonostante la cessazione dell'obbligo deliberata dal nuovo governo di sinistra.
Le feste del I° maggio, l'anniversario della caduta del fascismo ed alcune feste dell'anno diventavano feste sociali e politiche. Il padre ed i fratelli, a volte anche la mamma vi partecipavano; si partiva al mattino con il camion attrezzato con alcune panche di legno poi erano comizi, giochi, canti e balli popolari, merenda sul prato e per gli adulti grandi bevute. I comizi ed i canti mi appassionavano molto … Al ritorno i canti spesso erano piccanti od osceni ma mi incuriosivano …
Una cosa mi era rimasta impressa in profondità. In occasione di un comizio nell'elegante teatro della capitale , il padre, con orgoglio, mi disse: "in questo teatro un operaio non poteva entrare durante il fascismo, era riservato a loro e picchiavano ogni operaio che voleva alzare la testa, adesso è il nostro e ci facciamo le nostre feste …."
Per me non erano solo feste o divertenti gite in camion, ma vi coglievo lo spirito profondo di sana ribellione, di speranza di riscatto, di rivalsa da secoli di schiavitù e di torti subiti.
Era ideologia un po' semplificata certamente in parte pilotata, ma niente di simile al condizionamento ideologico, religioso, e culturale degli avversari rimasti legati alla tradizione e al condizionamento di classe.
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(6) La tradizione diventata obbligo prevedeva che a natale e nel corso dell'anno il "Cappone" (gallo castrato e ingrassato), il dolce più buono, la frutta più bella venivano regalati al padrone mentre magari i figli facevano la fame.
(7) La rerum novarum .(vedi apposito capitolo della pagina "Ho creduto" sempre in questo sito è un bell'esempio . della posizione su cui si era attestata la Chiesa nella questione operaia.


Così era la scuola
Poi la scuola. Nel 1945 la Germania si arrende ed a Yalta i grandi della terra, vincitori, di spartiscono il mondo. Io comincio il percorso formativo che seguirò praticamente fino alla vecchiaia.
La scuola sammarinese avrebbe avuto negli anni interessanti momenti di sperimentazione e di innovazione, ma ai miei tempi, nel primo dopoguerra, era un servizio di elementare alfabetizzazione, classista, certamente penalizzante per i ragazzi delle campagne.
Eppure riuscii a sperimentare l'importanza della relazione umana con persone in gamba non per mestiere e forse anche questo non è avvenuto per caso.
Una maestra nelle prime classi, di una dolcezza addirittura fuori dalla storia.
(8)
Poi un anno di contatto con il peggio che poteva riservare la scuola in termini di classismo, razzismo e ferocia..
Ma nelle ultime due classi elementari sono stato seguito da un insegnante di rara competenze pedagogica, comprensione e passione per il proprio lavoro.
(9)
La didattica della prima elementare era proprio … elementare. Si esercitava la mano a compilare intere pagine sul quaderno: prima le aste
| | | | | | | | poi i tondi, O O O O O poi si univano nella composizione di s i n g o l e lettere che unite assieme diventavano parole.
Ma non era solo alfabetizzazione. La dolcezza della Maestra, signorina Celsa, era una scoperta ed un mistero per noi bambini di campagna rozzi e non abituati alla delicatezza. Quando si combinava qualche marachella (quaderni disordinati , con le "orecchie", macchiati di inchiostro - si scriveva con pennino e calamaio - o forati dalle cancellature) ci dava dei buffetti sulle mani che ci facevano ridere abituati come eravamo a sberle con mani callose o scudisciate con "ruschie" di siepe e anche con le cinture di cuoio.
La più grande conquista è stata però la lettura: fu subito grande amore che non mi abbandonò mai più. La voglia di leggere mi accompagnerà per tutta la vita. ... migliaia di libri… ne riparlerò
Ma arrivò anche l'esperienza penosa e mortificante di un'altra maestra "signorina" astiosa, razzista con i "campagnoli" e dolce con i "paesani". Per raggiungere la scuola in IV bisognava fare Kilometri quotidiani e sempre a piedi. La speranza tutti i giorni era trovare un camion a cui aggrapparsi al volo lungo la strada ghiaiosa che saliva fino a Borgo Maggiore e sopravvivere agli sfottò e ai dispetti maliziosi dei borghigiani sempre sostenuti dalla maestra anche quando avevano torto.
Ogni errore era sottolineato e irriso e ogni merito sottovalutato; i favoriti sempre protetti e valorizzati. L'anno si concluse con un disastro: ricorderò per tutta la vita che la lunga ed arcigna maestra ed il rotondetto direttore, personaggio ottocentesco e grottesco: mi gettarono la pagella dall'alto della tromba delle scale invitandomi a tornare l'anno successivo.
Fortunatamente l'anno successivo la IV si aprì nel mio Castello (quartiere) e fu un'esperienza stupenda. L'insegnante, Gennaro, valorizzava ogni mio lavoro, incoraggiava le velleità poetiche e i tentativi di narrativa, mi utilizzava come collaboratore con altri compagni meno dotati.
Voleva insistentemente che continuassi gli studi, convocò i miei genitori, si offrì di farmi lezione private gratuite per superare l'esame di ammissione (era necessario per accedere alle medie), ma non ci fu niente da fere. Finita la scuola, a 11 anni bisognava andare a lavorare (qualche mio amico aveva addirittura abbandonata la scuola prima della fine per andare a lavorare).
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(8) Fino a pochi anni prima gli insegnanti picchiavano i ragazzi particolarmente con il righello sulle mani ed erano di una ignoranza incredibile …
(9) Molto più tardi imparerò che filosofi come Socrate e Platone sostenevano che l'apprendimento, l'educazione e la crescita possono avvenire solo in una relazione …


Uno sciopero alle elementari

Però ho avuto l'opportunità di organizzare quello che probabilmente è stato il primo sciopero della storia in una IV elementare: per un dissenso collettivo col il maestro (ci insegnava a non mortificare i dissensi) ho indotto tutti i compagni a non rientrare ln un pomeriggio dei primi di giugno e ci siamo nascosti dietro la chiesa. Il maestro attese a lungo sull'ingresso della scuola finchè uno alla volta i compagni di classe mollarono e io, rimasto solo, entrai per ultimo. Interessante la scena dell'indagine del maestro su chi fosse il responsabile: alla mia confessione non ci furono punizioni o ritorsioni, ma un apprezzamento della lealtà e sincerità.

Percorsi contorti
Le mie condizioni sociali erano misere e le prospettive poche, ma erano tempi in cui nella vita sociale si aprivano degli spiragli. Il dibattito non veniva represso, la stampa circolava e io divoravo già nelle elementari tutto quello che mi capitava da leggere. Un vecchio socialista invalido mi passava dei giornali che parlavano di un mondo di battaglie, lotte sindacali, classi sociali che costruivano il loro riscatto, e questa lotta portava con se anche il rifiuto di una religione e di un clero (in genere molto ignorante) che era costantemente coi padroni, che predicava contro questa voglia di riscatto, che organizzava il partito reazionario, che diceva scomunicato chi votava a sinistra …
Mio padre aveva smesso di andare in chiesa se non per occasioni rituali (funerali ecc.) e raccontava che personalmente aveva rotto con i preti quando uno di questi gli aveva negata l'assoluzione in confessione ancora prima della rottura politica: non era per questo prete possibile l'assoluzione perché si procurava la legna, prendendola ai proprietari terrieri con tagli mirati e rispettosamente "ecologici" di rami di grandi piante, necessaria per l'uso familiare (come era del resto d'uso)… (sarà? E' anche possibile conoscendo i preti di quei tempi) ) ….
Per il battesimo e altri adempimenti religiosi lasciava fare la mamma che era molto religiosa e consolava le difficoltà tipiche di moglie di quei tempi, aggravate da un carattere violento del marito e dalla miseria, con una grande fede che trasmetteva ai figli e la devozione di particolari santi.
Ma arrivò l'adolescenza e la ribellione. Il padre voleva impedirmi di andare al catechismo e di frequentarla parrocchia e fu fatale (o faceva parte del disegno? Le vie del signore sono infinite e imprevedibili) e così cominciai a frequentare la parrocchia e pian piano a diventare un po' … clericale e addirittura militante dei giovani della Democrazia Cristiana (però sempre da posizioni molto combattive tanto che i vecchi della DC mi chiamavano maoista). Si è trattato comunque di una esperienza esaltanteche mi sarebbe mancata ....
Ma torniamo all'infanzia…


Alcuni scorci di vita dei ragazzi dei miei tempi

Le serate irripetibili: la sgranatura del granoturco ..
Qualche nipotino faticherà a capire gli episodi che racconterò. Farebbe bene chiedere conferma ad un nonno e magari aiutare questo nonno a consultare questo sito. Le serate più belle dell'estate erano quelle in cui si sgranava il granoturco sull'aia. Gli adulti si riunivano a chiacchierare e tutti collaboravano alla sgranatura del granoturco con la "stecca". Una modalità manuale ormai dimenticata che forse riuscirò a descrivere con delle immagini (anche se una ricerca su internet non dà elementi per ricordare come era la sgranatura prima della meccanizzazione).
C'era pettegolezzo, ma alcuni discorsi molto interessanti tanto che qualche anno dopo rilevavo con stupore come alcuni pensieri illuministi sul riscatto delle classi storicamente subordinate e schiave, trovavano adepti, secoli dopo, sull'aia
(10) di un angolo sperduto del mondo e aprivano una discussione in cui alcuni diseredati osavano sollevare questioni di giustizia, di libertà, di uguaglianza, senza adattarsi al conformismo che semplificava la vita ed evitava grane ..
Ma erano aspetti che riguardavano me e le mie passionacce, perché, in genere, come tutti gli altri ragazzi partecipavo al rito che tutti gli anni si ripeteva della festa del granoturco: ci si poteva seppellire nella montagna di granoturco sgranato; si raccoglievano le foglie e si cambiava il pagliericcio del letto (non c'era il materasso, ma un saccone che si riempiva con le foglie del granoturco) e i primi giorni era altissimo e morbido. Scricchiolava quando ci si saltava sopra ed anche se durava solo alcune settimane era una festa.
La trebbiatura del grano con i motori neri a scoppio collegati da una lunga cinghia di cuoio alla trebbiatrice rossa od arancio che ingoiava i covoni di grano e separava il grano, la paglia e la pula era un evento; l'uccisione dei maiali che strillavano forte da prima che lo prendessero per le orecchie e lo scannassero, lo appendessero ad una trave e lo sventrassero sotto gli occhi dei bambini curiosi (la gente era convinta che sapesse che quello era il giorno dell'uccisione - lo avvertiva San Antonio protettore degli animali - dicevano); l'uccisione dei conigli che le mamme "accoppavano" con un colpo secco sulla nuca, salvando la pelle che staccavano dal corpo soffiando in una cannula tra la pelle ed in corpo finchè si staccava intatta per venderla allo stracciarolo, erano tutti eventi straordinari, ma non paragonabili con le serate del granoturco che veniva attesa con ansia come una tappa fondamentale dell'anno.


(10) ma forse bisogna spiegare anche cos'era (e cos'è) un'aia: l'area vasta intorno o di fronte alla casa colonica tenuta pianeggiante e pulita dall'erba alta, in cui si facevano i pagliai di paglia e di fieno, in cui si trebbiava il grano, in cui si facevano le merende, le feste, ecc., in cui giocavano i bambini o si appartavano i "morosi" purchè a portata di occhio della madre della morosa …

… e le veglie invernali nella stalla
D'inverno gli adulti si ritrovavano a fare la veglia nella stalla del contadino che l'aveva più spaziosa. Le case erano piccole e fredde mentre la stalla era calda (solo alcuni contadini avevano il salone e il camino molto grandi e potevano permettersi di utilizzarli per le veglie. Gli uomini facevano cesti con i vimini, le donne lavoretti di rammendo, sferruzzavano oppure tutti quanti a giocare a carte. In ogni caso tante chiacchiere: racconti e pettegolezzi salaci che non comprendevo completamente ma che mi incuriosivano anche se i bambini dovevano fingere di non sentire altrimenti venivano allontanati. Eccetto i presenti non si salvava nessuno, nemmeno il prete
Ma caratteristici delle veglie invernali erano i racconti paurosi di fatti misteriosi … Si faceva la mappa pei posti dove "ci si vedeva" (si diceva che di notte si vedevano fantasmi ed altro) e ognuno portava la sua testimonianza (alcune volte inventata, certamente esagerata soprattutto se fra i presenti c'era qualcuno che si sapeva pauroso). Sembrava in ogni caso che i fatti non venissero messi in discussione e venissero collocati come alti aspetti della realtà
Il ritorno a casa, quando non si era addormentati e si rientrava cavalcioni sulle spalle del babbo, per la paura si stava stretti stretti alle gambe dei genitori nella pallida area illuminata dall'acetilene
(11) che sfrigolava.

Poi normalmente si giocava con gli altri bambini nell'aia e sulla strada. Era anche un modo per badare i più piccoli che stavano nel gruppo. L'inventiva non ci mancava e i modelli tramandati dalla tradizione di aggiornavano con nuove tecniche e nuovi materiali. Ancora oggi utilizzo le cose imparate allora per insegnarle ai nipoti.
Quando dalle elementari mi hanno chiesto di andare a spiegare i giochi di quando i nonni erano bambini è stato un grande successo. (vedi)
Però quando riuscivo a rimediare un libro od un giornale mi ritiravo in qualche angolo e il problema era per la mamma che chiamava insistentemente ma io non volevo interrompere la lettura e non rispondevo neanche quando era ora di mangiare.
In quegli anni ho letto tutto Salgari e tifavo per i suoi improbabili eroi. Sul muretto della fontana pubblica scrivevo slogan probabilmente incomprensibili per gli abitanti del piccolo agglomerato (ghetto) di case inneggianti ai popoli oppressi dagli inglesi…


(11) "La lampada utilizza come combustibile l'acetilene, un gas più leggero dell'aria (formula chimica C2H2), prodotto dalla reazione chimica generata dal contatto dell'acqua con il carburo di calcio (formula chimica CaC2)". (Wikipedia).Vedi foto. Io non conoscevo ovviamente il procedimento chimico sottinteso, ma vedere caricare nelle separate camere il carburo e l'acqua, vedere l'accensione del gas che ne usciva aveva qualcosa di magico

continua

Come si viveva
Altri dettagli su com'era l'infanzia (ma ci vorrebbe veramente ben altro tempo e spazio). li riassumo per i ragazzi di oggi non per i solito monito dei nonni del
"come noi eravamo capaci mentre voi… ", ma sempre nello spirito di testimoniare, per loro, i ragazzi, i cambiamenti intervenuti.
Pensate a queste cose che vi descriverò sommariamente a e confrontatele con quelle alle quali siete abituati come a cose date per scontate:

  • non c'era l'acqua corrente in casa (ma per molti anni nemmeno vicino a casa) per cui si doveva andare quasi tutti i giorni ad una sergente lontana circa un km per l'acqua potabile. Si andava assieme con la mamma e ognuno portava un contenitore secondo la capacità (un secchio era a disposizione in cucina e con un mestolo ci si serviva tutti); per lavarsi, fare il bucato si andava al pozzo (dove vi convergeva l'acqua piovana e non era potabile). Ci si lava in un mastello e lo sciampo si faceva con il "ranno", il residuo del bucato di cui vi parlo adesso. Il bucato si faceva mettendo i panni da lavare in un grande mastello, con un telo steso sopra coperto di cenere scelta. Ci si passava dell'acqua molto calda sopra che filtrava lentamente attraverso la cenere fino a riempire tutto il mastello. Si trattava di un uso secolare abbandonato solo con l'arrivo dei prodotti e saponi chimici commerciali. Tolti i panni così lavati e solo da sciacquare, l'acqua residua, appunto il ranno, veniva usata per lavare altri panni e per fare lo sciampo ..
  • non c'erano servizi igienici e bagni. Per la notte si rimediava con un "vaso da notte" che si vuotava il mattino. Di giorno qualcuno andava nella stalla, altri in un capanno (in genere di bastoni e frasche) sopra una buca nel terreno o, se si era in giro, dietro un cespuglio. Quando la buca nel capanno si riempiva, si copriva di terra e si spostava il capanno su di un'altra buca. Quando un po' più grandicello abbiamo fruito di una casa dell'edilizia popolare, i vicini di casa venivano a turno per vederlo. Vi rendete conto della grandezza del dono all'umanità rappresentata dell'organizzazione dei servizi igienici?
  • non c'era la luce elettrica. L'illuminazione era data per lo stretto necessario da una lampada a petrolio fumosa. Le serate d'inverno si stava attorno al fuoco e si fruiva della sua scarsa luce. In ogni caso si andava a letto presto. D'estate, per la veglia, si stava di fuori sotto la luna e le stelle. Per i viaggi di notte si camminava al buio seguendo la strada, se invece gli adulti dovevano andare in zone impervie (per lavoro o per raccogliere le lumache dopo la pioggia - che si raccolgono di notte) si usava l'acetilene di cui sopra. Elettrodomestici non ce n'erano e quindi la mancanza dell'elettricità non si sentiva molto. La stessa radio c'era in poche famiglie e io la prima me la sono costruita da solo già adolescente con un corso per corrispondenza.
  • trasporti. ho solo un fugace ricordo di viaggio con il trenino la cui ferrovia è poi stata distrutta dalla guerra. Nel dopoguerra funzionavano dei camion per il trasporto pubblico o per viaggi straordinari. In genere coperti da un telone, ma anche scoperti. Si salive con una scaletta e chi poteva trovava posto su panche di legno. Le strade erano bianche, sconnesse e polverose. Un'avventura. Poi hanno cominciato a funzionare delle corriere. Ma per la scuola elementare non c'era trasporto e alcuni ragazzi si facevano anche 5 km al mattino e altrettanti nel pomeriggio. In caso di estrema urgenza, per es. per andare in ospedale, si chiedeva alle uniche due persone che possedevano l'auto nella zona. Il telefono si trovava nel locale pubblico. Normalmente si andava a piedi per tutte le altre necessità, anche per viaggi relativamente lunghi.
  • il riscaldamento veniva assicurato dal camino. Nelle sere più fredde si raccoglieva la brace e si metteva con un po' di cenere in un contenitore chiamato "suora". Questa si collocava nel letto in una specie di archetto di legno chiamato "prete" per scaldare il letto. Coperte e lenzuola che si asciugavano dall'umidità emanavano vapore e quelle sere entrare nel letto, dove stavamo anche in 3 o 4 era una felicità la cui sensazione do piacere è rimasta a lungo nel ricordo. Nelle giornate più fredde era normale svegliarsi al mattino contemplando meravigliati le finestre completamente decorate da cristalli di ghiaccio (nella parte interna del vetro). Alimentare il camino comportava la necessità di procurarsi la legna che non si poteva, ovviamente, comprare. Allora era compito di tutti, compresi i ragazzi, raccogliere ed accumulare legna per l'inverno: quando si andava in giro si tornava sempre con qualche "fascina" di legna trovata per la strada. A volte si facevano spedizioni apposite nei calanchi a raccogliere carichi di cespugli (nei giorni più caldi in quella landa di argilla calcinata qualcuno di noi a volte veniva meno e doveva essere portato a braccio). Ma il grosso del rifornimento era dato dalle scorrerie notturne del babbo (come di tutti gli operai che non avevano terra e alberi propri) che fornivano la legna più grossa. Anche se era attento ad un taglio che non danneggiasse la pianta, i proprietari - più che i mezzadri - e i carabinieri, non erano ovviamente d'accordo e quindi quelle scorreria erano sempre a rischio.
  • salute e cure. Fino alla istituzione del sistema di sicurezza sociale, l'arrivo di una malattia era una calamità doppia. Al problema della malattia c'era aggiunto il dramma del costo dell'intervento. Pe questo motivo si ricorreva al medico, ma particolarmente all'ospedale, il meno possibile. Per gli operai più poveri c'era una forma di intervento assistenziale ma discrezionale e mai sicuro. Per i contadini, un'appendicite poteva voler dire vendere una bestia della stalla e sottrarla alle necessità quotidiane. Ai medici veniva portato qualche prodotto della campagna. Però mi sembra ci fosse un atteggiamento molto umano da parte dei medici: mi è capitato di vedere la mamma che mi aveva portato per vari km sulle spalle fino all'ambulatorio, scusarsi con il medico di non aver potuto portare niente per compensarlo e vedere il medico togliere dal cassetto un cestino di uova (parcella di un altro cliente), consegnargliele e dirle "prendile per te e per i bambini che ne avete bisogno". Si faceva ricorso a molti rimedi tradizionali e naturali su cui ritornerò. Gli scortichi e le sbucciature non erano un problema, ricordo che erano più gravi e geloni d'inverno che piagavano le mani e anche le orecchie, l'estrazione dei denti che avveniva senza complimenti con uno spago (cosa che ho fatto a volte anch'io ai miei figli) e le febbri che mi davano gli incubi …
  • circa il cibo, ricordo che la mamma ogni 15 giorni impastava il pane poi andava a cuocerlo dal fornaio di notte (alcuni avevano il loro forno, ma era di famiglia e non accessibile). Per aspettare il proprio turno ci voleva tutta la notte. Quando l'accompagnavamo (ma erano diversi km) ci si addormentava dopo la prima curiosità di vedere l'impastatrice e le apparecchiature. Venivamo terrorizzati da racconti di bambini caduti nell'impastatrice e la fantasia volava nell'immaginarne l'effetto. I primi giorni il pane era fragrante, ma poi alla fine del periodo dovevamo mangiarlo anche se sapeva di muffa. Si rimediava facendo il pancotto o bagnandolo con acqua e condendolo con due grani di sale, aceto e un filo d'olio. La chiamavamo la panzanella, ma quella volta non sapevo che in Toscana era un piatto tradizionale. Per il resto si rimediava con ortaggi, uova, frutta e raramente con la carne data da animali (galline e conigli) allevati in cortile. Come dicevo più sopra, tenere un coniglio per le gambe mentre la mamma lo uccideva, gli toglieva la pelle e lo sventrava era una prova di coraggio a cui non ci si poteva sottrarre, così come collaborare all'uccisione dei polli. Divertente era assistere alla castrazione dei galletti: una donna esperta incideva il ventre del gallo, gli toglieva i testicoli, lo ricuciva, e lo lasciava andare traballante per l'aia. In qualche giorno era guarito tranne qualche esemplare che moriva. Con i testicoli si faceva il sugo. In qualche famiglia veniva considerata una fortuna cucinare un riccio - porcospino, le rane, la cacciagione o addirittura la tartaruga. Io non ricordo di averne mai approfittato.
  • come si giocava. Ho già accennato ai giochi, in genere frutto della fantasia e dell'apporto personale, costruiti da soli, al massimo con la collaborazione di qualche genitore o zio. Alcuni dei giochi che facevamo li ho trovati in qualche sito in rete ed in particolare in questo: www.miglionicoweb.it/giochi.htm . Ma la descrizione dei giochi non renderà mai l'idea di come si vivevano o come almeno li vivevo io. Già in quegli anni Dino Buzzati raccontava di magia e mistero della natura, ma io ancora non l'avevo letto. Però le escursioni nelle macchie di querce dei "Para" (una famiglia proprietaria di molti terreni nei dintorni); nel fosso pieno di cespugli, macchie, uccelli, serpenti....; alla sorgente nel cui abbeveratoio di acqua chiara ci si specchiava (e a posteriori ho pensato che la polla d'acqua in cui si specchiava Narciso non poteva essere diversa); gli animali che vi pullulavano attorno (probabilmente tritoni, salamandre, gechi? Certamente sanguisughe cha la gente a volte raccoglieva per antiche terapie di salasso alle persone), avevano per me quell'anima, quella vita misteriosa, di cui lui, Buzzati, già raccontava. Avevano anche "la solitudine, la paura, l'angoscia" contenuta nei suoi racconti, ma per me ragazzo avevano soprattutto fascino e magia. La capacità di cogliere questo lato misterioso della realtà l'ho ritrovato frequentemente anche da adulto in molti episodi che racconterò.

Da più grande i giochi sono diventati un po' più … trasgressivi. Ricordo i botti prodotti con i "bulloni" : Si rimediava da qualche meccanico, ma più spesso Smontandoli dalle rotaie della ferrovia in disuso, grossi bulloni. Tra la vite ed il dado si inseriva, avvitando con molta prudenza, un miscuglio di potassio (comprato in farmacia) tritato e zolfo: lanciato con forza contro il muro scoppiava facendo un botto molto forte. Risultati meno clamorosi se la miscela veniva fatta scoppiare fra due pietre.

(continua )

Rapporti educativi di un tempo
C'era nel gruppo di case (ghetto) dove abitavamo, una signora, la Rosa, sposata con un "possidente" - coltivatore diretto, quindi benestante, che non aveva figli e si piccava di educare tutti i bambini del vicinato. Era un po' bigotta e ci insegnava le preghiere e quella che per lei era "l'educazione". Non era ammesso dare del tu ad un adulto, tanto meno ai genitori: minacciava di tagliarci la lingua se ci sentiva e io ne sono rimasto talmente condizionato che non ce l'ho mai fatta neanche da adulto ad essere molto libero in questo. Bisognava dare del "voi" e non credo in ossequio alla famosa disposizione del fascismo, ma di un più antico atteggiamento di ossequio. Per noi bambini non c'era bisogno di esortazioni in questo senso: se capitava un adulto estraneo nei paraggi compresi il prete o i carabinieri, ci si nascondeva dietro una siepe o un pagliaio e si usciva solo se insistentemente chiamati (beata spontaneità dei bambini di oggi che sfiora l'insolenza!). La signora Rosa in fondo non era male, ma era un po' settaria: secondo lei non dovevamo fare festa e andare incontro di corsa al babbo quando lo vedevamo arrivare la sera da lontano perché a volte ci picchiava (ma penso soprattutto perché a volte bestemmiava).
A tavola non si osava servirsi da soli e il piatto lo faceva la mamma (c'era anche il problema dell'uguaglianza delle parti e della difesa dall'ingordigia suggerita dalla scarsità). L'unica eccezione, almeno a casa mia, era per i compleanni. In quel giorno non c'erano certamente feste e regali, ma il festeggiato aveva il privilegio di distribuire il cibo, "fare le parti", e dava un grande senso di responsabilità.
Era sacrosanto il rispetto per gli anziani e per la mamma: il babbo a volte maltrattava la mamma, ma guai se avesse sentito o saputo che noi le avevamo mancato di rispetto.

Tornerò forse sui ricordi della prima infanzia, ma ora vorrei ricordare l'esperienza del lavoro precoce vissuta personalmente anche se abbastanza diffusa in quegli anni.

Il lavoro precoce, minorile
Ho già raccontato della voglia di studiare ma anche della necessità di andare a lavorare prima possibile.
Tra la IV e la V elementare, d'estate (e anche un po' di ottobre) ho fatto il "bocia", l'apprendista, con gli imbianchini nella grande costruzione del Kursaal, ora palazzo dei congressi. Appena finita la V elementare sono andato per alcune settimane a custodire le pecore nei calanchi per un contadino. La paga era qualche formaggio la settimana. A 11 - 12 anni poteva essere dura, ma invece è stata una bella esperienza di riflessione con qualche lettura. In quel periodo ci sono state le prime letture politiche (un vecchio socialista malato mi passava la rivista "Vie Nuove" che solo oggi scopro sia stata fondata da Longo) e non sono certo di aver capito tutto però mi era chiaro che in Italia si stava svolgendo una battaglia che vedeva impegnata la classe operaia contro la polizia Celere addestrata per reprimere le manifestazioni e gli scioperi e che ogni tanto ci scappava il morto (strage di Reggio Emilia). Mi piacevano le vignette di - me li ricordo ancora - Verdini e Majorana (c'è qualcuno tra gli scarsi visitatori di questo sito che li ricorda e ne sa qualcosa?) contro i padroni e il governo democristiano clericale (questo era il linguaggio della rivista).
Quindi negli anni in cui nasceva il sindacato unitario che poi si frantumava in pochi anni (realtà con la quale avrei incrociato la mia storia), negli anni dei morti in piazza per il lavoro, ho cominciato a lavorare in una azienda artigiana, a bottega, dove lavoravano una decina di adulti e 5 - 6 apprendisti.
Facevo a piedi una decina di km al mattino con una borsina di stoffa cucita dalla mamma e dentro un panino. La maggior parte dell'anno partivo con il buio mattutino (ma non arrivavo mai tardi) e tornavo nel buio anche con la neve e la pioggia. C'erano anche le corriere, ormai, ma il viaggio in corriera (o mezzo hg di mortadella) costava quanto guadagnavo in un giorno e quindi si rimediava con frutta, una frittatina di un uovo e andando a piedi.
Visti i precedenti delle letture politiche è stato fatale che alle prime prepotenze, frequenti sui ragazzi, decidessi dentro di me che non avrei accettato una vita così. Emblematicamente, in lacrime, come dirò più avanti, sono andato in edicola e ho speso le 10 lire che avevo in tasca per comprare il giornale.
Negli anni successivi, cambiata azienda, è stato quasi automatica la militanza nel sindacato e la designazione come rappresentante aziendale.
Erano anni di fermento sul piano politico, istituzionale e anche sindacale. Nasceva la CDLS - Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinesi che rompeva un monopolio sindacale di parte, mascherato da sindacalismo unitario, e io, a 17 - 18 anni, mi ci sono buttato. Non era esattamente tutto rispondente all'ideale che si voleva far credere, ma si prospettava un'avventura affascinante sognata lungo un'adolescenza passata innaturalmente in fabbrica, senza diritti e assetato di giustizia: non mi avrebbe fermato nessuno.

(segue su pagina l avoro precoce...)




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