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Magia del camminare
Per raggiungere l’eremo avevo percorso a passo spedito le tortuose strade fra le colline dell’Appennino centrale. Stavo proprio bene. Sentivo l’euforia tipica delle occasioni grandi per riflettere e di meditare …. per una fuga dalla quotidianità dei ritmi consueti, come in altre occasioni analoghe, per fare un ritiro spirituale, prendermi del tempo per me …
L’eremo
L’eremo, modesto di dimensioni, ma pretenzioso per arditezza della costruzione, si stagliava contro la parete rocciosa sullo sperone di roccia inaccessibile alle auto.
Mi restavano pochi chilometri di marcia a piedi, anche se di sentiero impervio, poi avrei potuto rifocillarsi e riposare. Mi era fatto portare in auto da un figlio ad una ventina di chilometri da quell’obiettivo. Il resto lo avrei fatto a piedi. Sentivo un bisogno impellente di riflettere e di meditare ed anche di capire meglio..
Avevo percorso a passo spedito le tortuose strade fra le montagne dell’Appennino centrale. Stavo proprio bene. Sentivo l’euforia tipica delle occasioni grandi che possono capitare. Una sensazione vissuta altre volte nelle esperienze escursionistiche e non solo. Il gusto delle sfide, degli ostacoli da superare ed andare oltre; sentire la fatica, la sete, quasi la disperazione, ma scoprire energie sconosciute, caparbietà e coraggio per non rinunciare.
Godersi ogni pietra, ogni gradino naturale del sentiero, ogni tratto della ferrata, ogni centimetro del ghiacciaio e sapere che oltre la sella, oltre il valico, c’è la discesa, c’è il ghiaione che ti porta velocemente al rifugio, c’è un bicchiere di latte fresco, c’è la panca di legno su cui puoi stenderti, c’è la fontana che offre gratis e senza interruzione acqua di una freschezza e di un sapore che ti restano a lungo nostalgicamente dentro.
Hanno ragione gli adepti dello Zen: sulla montagna l’uomo trova risorse, intuizioni, contatti, impossibili da altre parti. Dio si incontra sulla montagna. Ma forse più semplicemente amare e domare la montagna risveglia atavici, millenari, sensi di sicurezza per il nemico che non ti può raggiungere e senso di vittoria e di onnipotenza quando a tua volta riesci a dominarla e scavalcarla.
Il complesso dell’eremo era eccezionale nella sua piccolezza e nella sua modestia. La pietra grigia era conservata perfettamente anche dopo il magistrale restauro, la struttura architettonica conservava fedelmente le caratteristiche originarie: l’ingresso sotto il portico, il chiostro minuscolo con l’immancabile pozzo centrale, la chiesetta separata ed il corpo dell’ospitalità, vecchia residenza dei monaci e foresteria.
Troppo bello quel posto, che conoscevo perché messo con semplicità a disposizione di chiunque lo richieda per periodi di riflessione e meditazione. Purtroppo c’è un problema: la pia donna che lo ha in custodia ed in gestione, santa donna (1) deceduta nel 2010, appartenente ad uno degli innumerevoli, misteriosi e spesso sconosciuti ordini religiosi femminili di cui probabilmente era l’ultima adepta, tiene, francescanamente il cortile e la cucina piena di animali. Gatti, cani e capretti la fanno da padroni e si capisce bene che gli ospiti sono, da questi, appena tollerati e viceversa.
Ma resta pur sempre l’impagabile e l’impareggiabile pace del chiostro; della chiesetta spoglia da orpelli e stucchi, essenziale, appena illuminata da strette finestre che lasciano in ombra angoli pieni di misteriosi sussurrii e scricchiolii e mette in evidenza le cavità di un vecchio teschio ritrovato durante il restauro e collocato sapientemente su di una mensola di pietra; delle camerette ricavate dalle antiche celle dei monaci. E’ in una di queste che mi ritirai appena mi fu possibile per rinfrescarmi e per riposare dopo la lunga marcia affrontata quasi a mo’ di pellegrinaggio, zaino in spalla scarponi nei piedi, bordone di ornello rifinito col tagliente coltello opinel.
Cenai, come d’uso, molto presto; in un’ora del tardo pomeriggio in cui da altre parti si fa merenda, in compagnia di pochi ospiti e dopo brevi e scarne presentazioni, nel rispetto della regola della riservatezza e del silenzio.
In tempo per un lungo e atteso momento rilassante, le spalle appoggiate alle pietre grigie del muro esterno ancore tiepide di sole assorbito durante il giorno, intento ad ammirare la vallata che si estendeva a perdita d’occhio. Il pomeriggio si trasformò in un superbo tramonto poi gradualmente la vallata andò punteggiandosi delle luci che venivano accese nelle case per far fronte alle tenebre che avanzavano. Un raro e impagabile momento magico che la vita può regalare se interpellata nel modo giusto.
Quando ormai il tramonto era ridotto ad una sottile striscia appena più chiara tra cielo blu scuro, già intriso di stelle, e l’orizzonte nero e seghettato di colline, mi ritirai nella cameretta: al mattino dopo di buon’ora sarei ripartito per un’altra tappa.
Antichi e recenti arcani
Steinbeck descrive con grande maestria ed efficacia in “Al Dio sconosciuto” la magia e la permeazione di spirito di un terreno sede nell’antichità di quella che era considerata una divinità locale. Ho già citato Buzzati in queste pagine per ricordare la sua capacità di raccontare la dimensione fantastica, ma non meno vera, della realtà che sfugge ai più per mancanza di sensibilità. Intere gloriose civiltà antiche hanno coltivato e affinato una sensibilità particolare per cogliere e sentire la magia speciale di determinati luoghi. Tante popolazioni oggi cancellate culturalmente dalla colonizzazione ideologica, culturale e tecnologica, sapevano su di queste cose molto di più dei nostri ricercatori e scienziati. Gli stessi antichi egiziani rafforzavano ed alimentavano questa magia locale con riti ed interventi architettonici appropriati e sperimentati.
Sono convinto che questi luoghi dalle coordinate precise e dotati di precise peculiarità siano tanti sulla terra, però sono sempre di meno gli uomini che possiedono tempo, pazienza, affinamento e sensibilità necessari per “sentirlo”. Masse enormi di popolazioni di tutti i paesi calpestano ormai le loro terre per un’intera esistenza ignorando la magia e la straordinarietà dei luoghi che visitano ed attraversano. Al massimo alcuni ne colgono la poesia, la bellezza, l’incanto evidente agli occhi (che peraltro è già magia), ma, oltre l’inconsapevolezza, non c’è chi non possa sentire almeno una volta nella sua vita, un brivido misterioso ed un’eco lontana, magari presto cancellati, attraversando questi luoghi, veri e propri varchi verso altre dimensioni, noti in passato anche come luoghi di magia, luoghi stregati.
Avevo percorso un sentiero ghiaioso tra calanchi grigi di marna argillosa che nell’insieme richiamava un ambiente lunare. Il sentiero scollinava abbastanza rapidamente in una stretta e rotondeggiante vallata verde come smeraldo. Il silenzio era appena rotto da improvvisi e sporadici gorgheggi di fringuello e da un lontano scampanio di mucche al pascolo. Procedendo si aggiunse il gorgoglio di un ruscello che scorreva in fondo alla valle nel suo stretto alveo sassoso. Al centro della vallata un cucuzzolo si staccava dal verde uniforme dei prati e si ergeva totalmente ricoperto di abeti alti e rigogliosi.
Raggiunte le sue pendici attraverso il ruscello su di un suggestivo ponticello di legno, mi avviai a salire fra gli abeti.
Non c’era sentiero e quindi mi incamminai a passi lenti, zigzagando fra i grossi tronchi sul molle ed umido tappeto di aghi di pino da cui spuntavano rari cespugli e qualche fungo. L’aria era piena di odore di resina e di sottobosco e il silenzio aveva lasciato posto al ronzio insistente e modulato di migliaia di insetti.
Gradualmente si creò un tipico ed a me ormai noto clima incantato: gli alti tronchi richiamavano le svettanti colonne di una cattedrale gotica dove il ronzio degli insetti riproduceva il suono di un antico organo ed un fascio di raggi del sole che filtrava a fatica fra i rami, come l’ingresso della luce dalle strette ed alte bifore e dal rosone. Rivissi i minuti sublimi passati nella cattedrale di Colonia in occasione di uno dei miei, peraltro rari, viaggi all'estero.
La cima arrotondata era anch’essa fitta di pini di notevoli dimensioni che si alzavano dritti e nascondevano il cielo tranne che per rari interstizi fra i rami. Da questi, raggi di sole dritti come spade sbucavano a disegnare sul terreno macchie di luce che mettevano maggiormente in risalto la penombra dominante.
Il terreno era più asciutto, isole d’erba spiccavano fra il bruno degli aghi di pino ed il ronzio degli insetti era più leggero e lontano.
Non ero stanco. L’energia sembrava essersi moltiplicata in me man mano che salivo effettuando automaticamente esercizi respiratori anche per la liberazione della mente e per la concentrazione perché sentivo che l’escursione poteva essere un altro appuntamento con un momento forte. Il luogo aveva una sua magia, una sua antica aura di arcano che avevo intrasentito in precedenti escursioni con gli amici e con la famiglia. Stavolta, seduto comodamente sul tappeto di pini, le spalle appoggiate ad un tronco, i sensi allertati, avevo l’occasione di analizzare da solo queste sensazioni forti e cogliere una delle rare occasioni di riflettere a fondo sulla propria vita.
Lungo il viaggio avevo fatto una breve sosta nel minuscolo cimitero, arricchito da un monumento dello scenografo Guerra, di un villaggio di poche case disperso sulle pendici dell’Appennino: Fragheto. Non era stato particolarmente programmato, ma anche questo gesto aveva contribuito a suscitare forti emozioni.
Avevo l’abitudine di visitare questi piccoli cimiteri e di cogliervi la suggestione delle storie di famiglie e di persone deducibili dalle scritte sulle lapidi delle tombe. In quel caso, però, la visita andava ben oltre l’ordinario. Conoscevo quel villaggio di poche famiglie, totalmente spopolato nella seconda guerra mondiale da una delle molte vigliacche stragi nazifasciste di ritorsione delle truppe germaniche a seguito di un attentato partigiano. Vi avevo accompagnato in un’altra occasione i figli adolescenti che sull’onda delle mode del momento, a scuola, avevano inconsapevolmente disegnato su di un quaderno una svastica.
Il disegno dell’antica rùna, sacro simbolo celtico, era stato fatto certamente inconsapevolmente. Dopo la strumentalizzazione che ne è stata fatta dall’orrore nazista, la rùna è stato sottratta al suo significato nobile di simbolo protettivo nell'induismo; del simbolo religioso lappone e dal segno distintivo dei Giaina - di simbolo dei 24 Tïrthakara, i Supãrs'va, che hanno conseguito la vittoria liberatrice dal ciclo delle esistenze. Ormai era diventato simbolo usurpato da parte di una delle ideologie più perniciose che avesse mai contaminato l'umanità.
Nell’occasione ho ricordato il volto stupito ed incredulo dei ragazzi di fronte alle lapidi in cui erano elencati i nomi di intere famiglie in cui si leggeva la data della morte contemporanea di nonni, nuore e nipotini anche di pochi mesi. I racconti dei testimoni che hanno scoperto l’eccidio hanno parlato di bambini uccisi attaccati al seno della madre a cui era stato tranciato il seno non so con quale lama.
L’indignazione maggiore i ragazzi l’avevano esternata per la vigliaccheria di un esercito regolare che se l’era presa appunto con vecchi, donne e bambini invece di prendersela con le truppe partigiane che almeno avrebbero potuto difendersi. Non erano stati necessari lunghi discorsi per far capire che un simbolo a volte utilizzato scherzosamente fra amici poteva avere significati atroci e portare, se coltivato, magari inconsapevolmente, a conseguenze imprevedibili. Credo non abbiano più utilizzato quel simbolo nemmeno per scherzo.
Avevo perciò riflettuto nuovamente in quel semplice monumento che urlava al mondo l’atrocità, la stupidità e l’assurdità della guerra e dell’odio fra figli della stessa terra, dello stesso padre, dello stesso spirito; fra membra dello stesso corpo. Era una delle tante situazioni che, quando venivo preso dalla tentazione di desistere dall’impegno sociale, mi aiutava a rincominciare ed a non arrendermi.
“Mai più, Signore, mai più!” - Aveva gridato il mio animo la prima volta che aveva letto quelle lapidi sulle tombe, ma mi aveva risposto implacabile e beffarda la cronaca di quei giorni degli stermini nella vicina Bosnia, nella lontana Africa equatoriale, nel lontanissimo oriente ...
Anche il ricordo del piccolo cimitero e di quello che rappresentava, veniva inscritto in quell’atmosfera caratterizzata dal tepore primaverile, nel concerto soffuso di insetti ed uccelli, nel fruscio modulato dei rami dei pini, nel senso di arcano che aleggiava sulla zona permeata indelebilmente di riti antichi e recenti di druidi e di streghe agresti, di preghiere di solitari eremiti, di esplosioni di sentimenti amorosi e sensuali di giovani coppie in escursione od in fuga dai campeggi scout dei dintorni che non sapevano resistere alla poesia ed alla magia del luogo.
Tra le pietre ricamate dal vento sul Sinai
Una volta tanto l’escursione mi trovava in compagnia di Angela. Il viaggio in Palestina, rimediato con la collaborazione di tutti i figli, voleva essere un tardivo viaggio di nozze dopo 27 anni di matrimonio. Era già stato un viaggio bellissimo, pieno di significati simbolici e religiosi, di fraternità col gruppo e di scoperte per la nostra coppia e per la nostra fede. Gli ultimi giorni, però, dovevano riservarci ancora emozioni forti.
La visita banalmente turistica al panorama salato di alcune zone del Mar Morto (la cui desolazione aveva probabilmente dato vita alla leggenda di Sodoma e Gomorra), la più frivola visita alla Città di Eilat, spaccata in due dall’aeroporto e divisa da una rete metallica dalla città vecchia di Aqaba o Akaba, la più naturalistica visita allo stupendo acquario nelle profondità del Mar Rosso, non mi erano bastate, per sottrarmi all’effetto doloroso dei segni concreti e tragici della stupidità umana: una croce od un mazzo di fiori sui bordi di una strada stanno a monito degli automobilisti ad essere prudenti nella guida; un monumento storico che ricorda un evento di guerra, ben più tragico di un incidente stradale, sembra invece che, paradossalmente, debba esaltare la guerra e la perpetuazione di sentimenti di odio capaci solo di portare ad altre guerre: la visita a Masada mi aveva interpellato in profondità e mi aveva una volta di più convinto che l’uomo non impara niente dalla storia. Come poteva un popolo glorioso come quello ebraico, capace di comportamenti eroici come era avvenuto a Masada, imporre ad un altro popolo glorioso come quello palestinese i maltrattamenti di cui ero stato testimone? Con questa riflessione tormentosa ci siamo spostati con la comitiva nel deserto del Sinai per la classica escursione sul monte leggendario.
Trovai il deserto diverso da come l’avevo immaginato. L’inizio si presentava come la semplice attraversata di una zona montuosa, poi le caratteristiche del territorio per chilometri e chilometri si attestarono in bacini di sabbia e speroni di roccia o anche vere proprie montagne dai colori dal rosso al grigio. Quando gli speroni rocciosi o i versanti delle montagne costeggiavano da vicino la strada, stupiva il lavoro di ricamo e scolpitura in fantasiosi arabeschi che il vento e la sabbia avevano prodotto nei millenni.
Non si vedevano insediamenti o segni di vita, tranne rare e periodiche postazioni militari delle truppe internazionali di pace, ma quando l’autobus effettuava una sosta, improvvisamente la radura si riempiva di donne e bambini dei beduini, sbucati da non si sa dove, per vendere stupendi fossili e cristalli o per offrirsi per una fotografia al costo di un dollaro.
Arrivati al centro turistico attrezzato dominato dal convento - fortezza di Santa Caterina, alloggiammo in alcuni bungalow ai margini dell’abitato. In attesa del breve sonno che sarebbe stato interrotto con la sveglia alle due di notte, facemmo in tempo, durante e dopo la cena consumata nel grande e moderno ristorante, ad assistere ad una festa di giovani egiziani.
I ragazzi, più spigliati, chiedevano alle ragazze straniere (erano molti i gruppi di turisti presenti) di ballare, ma non alle loro ragazze.
Queste partecipavano alla festa sedute su cuscini od in piedi lungo le pareti battendo ritmicamente le mani al suono della musica moderna ed anche locale. Indimenticabile la flessuosità e l’istintiva armonia dei movimenti dei corpi e delle mani delle ragazze che incantavano. Ricordo ancora il movimento delle mani e delle braccia che con gesti ampi e flessuosi, in perfetta armonia con il ritmo musicale, si allontanavano e si ricongiungevano come serpenti che danzassero per baciarsi guidati dall’ordine imperioso, quasi obbligato, di una musica che sembrava essersi impadronita del loro sistema nervoso.
Il riposo nel bungalow collettivo fu approssimativo. Avevano diviso gli uomini dalle donne e verso le due di notte ci fu la sveglia per chi voleva raggiungere la vetta a piedi ed arrivarvi prima dello sputare del sole. Angela e io non volevamo lasciarci sfuggire l'occasione di una tale escursione che si sarebbe aggiunta come un trofeo prezioso alle tante fatte sulle Alpi e sugli Appennini.
C'erano diversi gruppi, le singole persone erano dotate di torcia elettrica. Al passaggio sotto le massicce mura del convento - fortezza di S. Caterina, che avremmo visitato al ritorno, in mattinata, queste non apparivano nella loro maestosità così come la montagna che era comunque invisibile nel buio. Tutta l'attenzione doveva essere posta al sentiero tracciato da migliaia di pellegrini, forse milioni nei secoli. Chi può dire se quella era stata veramente la montagna sacra di Mosè? Certamente così hanno creduto per centinaia di anni gli ebrei e i credenti delle religioni cristiane da essa discendenti e ciò è stato in ogni caso sufficiente per permeare quel sentiero e quella vetta di una forte carica emotiva e di spiritualità.
La salita non era particolarmente faticosa, comunque sono stato preso, come in altre occasioni, da una strana ed irrefrenabile frenesia di ritmo e di velocità. Mi ritrovai a risalire gradualmente la fila, i gruppi sparsi ed i singoli (alcuni anche in cammello) che ci avevano preceduto nella partenza, con molti brontolii e rimbrotti della moglie. E così, anche con sua sorpresa, mi ritrovai con i primi in vetta, col cielo che appena schiariva e molto in anticipo sul sorgere del sole, in un freddo quasi insopportabile nonostante le giacche a vento e il periodo estivo.
Poi pian piano, gradualmente, arrivò altra gente, tanta, fino al punto da creare il problema di trovare lo spazio necessario fra le rocce rimaste libere sulla vetta quasi appuntita, in gran parte occupata dalle cappelline costruite a rappresentanza di due delle tante fazioni in cui paradossalmente si divide il cristianesimo.
Iniziò un’attesa che si andava caricando di forte tensione mentre il chiarore dell’alba vinceva le tenebre iniziando dalla punta dei monti ancora in gran parte immersi nella pozza di buio e di caligine delle vallate. Il cielo schiarito ad oriente metteva in evidenza il profilo seghettato dell’orizzonte montuoso ed il contorno rosato delle nubi più basse.
Quale luogo e condizione più opportuna per pensieri individuali e collettivi a favore della pace e della concordia fra i popoli? Sorgeva spontanea la preghiera che “venga il Suo regno” di pace, di giustizia, di unità, di verità; che sia fatta la volontà del Padre di tutti i popoli e di tutta la vita di tutto il creato. Nel caso specifico che i responsabili dei destini della fetta di umanità sofferente abitante in quella regione evitasse il dramma della reciproca distruzione.
Era sui capi di Stato riuniti in quel momento a Camp David che questa pressante "preghiera", che questa forzatura spirituale era indirizzata, perchè era lì che questo destino avrebbe fatto un passo avanti od un passo indietro.
Il primo raggio di sole sbucò fra una vetta lontana ed una nube bassa e colpì la vetta del Sinai. La tensione era al massimo e si palpava nell’aria.
Una persona, evidentemente un europeo, dal portamento particolarmente autorevole disse in inglese con voce alta, ma pacata: “Preghiamo per la pace”. “Preghiamo per la pace” rispose in arabo un palestinese con la kefiahdai colori bianco e nero. “Preghiamo per la pace “ risposero i presenti con poche, rare eccezioni in diverse lingue fra cui si distingueva lo Shalõm ebraico. Un gruppo in un angolo della frastagliata vetta intonò a mezza voce il Padre nostro in spagnolo, si aggregò un altro gruppo in italiano. Preghiere ed invocazioni si alzavano in diverse lingue e da diverse direzioni. La convergenza imprevista di pensieri e volontà espressi verbalmente, ma anche sentiti con forte carica emotiva, rafforzò la speranza in tutti coloro che invocavano, in qualsiasi modo, la pace, la fine della insopportabile violenza, la fratellanza.
Fece seguito un silenzio estatico, stupito, quasi di attesa di qualche evento straordinario (che magari non visibile e palpabile, poteva anche esserci stato) poi pian piano la tensione scemò e la gente ricominciò a guardarsi in faccia ed a parlarsi normalmente.
Chi pensierosamente, chi allegramente si iniziò la discesa. Il sole dominava ormai i monti e le vallate contrastato solo a fondo valle da una bruma vaga ed ovattata. Mi stupì ancora una volta la bellezza delle rocce ricamate in fantasiosi arabeschi dal vento e dalla sabbia di millenni, messi in evidenza dal sole radente. Sentivo una leggerezza strana ed una gioia incontenibile. Avrei dato volentieri retta alla voglia di saltellare di roccia in roccia come una cerva se non fosse stato trattenuto dalla paura del ridicolo e dai rimbrotti di Angela.
La temperatura cresceva e induceva a togliersi le protezioni adottate nella notte e la brezza sfiorava le magliette e la pelle aggiungendo carica vitale alla carica spirituale acquisita in vetta, mentre il clima di esaltazione e di immersione nella storia si alimentò ulteriormente nel corso della visita al monastero – fortezza di S. Caterina, noi ancora impolverati per la lunga camminata.
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